Istanbul, una mescolanza di culture tra oriente e occidente

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Diario di bordo- di Maria Gabriella Alfano-

Istanbul era stata la meta di uno dei miei tanti viaggi giovanili in moto. Erano gli anni ottanta. Ricordo che quando passammo il confine con la Grecia fummo circondati da un nugolo di ragazzini, affascinati dalla nostra Honda blu con le cromature che luccicavano al sole. Giungemmo ad Istanbul in una giornata torrida.

Ci accolse una città dal traffico caotico, avvolta nella nube dei gas emessi dai tubi di scappamento delle vecchie auto in circolazione, i rumori dei clacson, street food in vendita su vassoi appoggiati a terra sull’asfalto, i venditori di acqua con taniche in rame portate a mo’ di zaino e un unico bicchiere da cui tutti bevevano. Acqua che costava molto più della coca-cola.

La gente accogliente che ti offriva il çai, il tè turco, la bevanda più diffusa nel Paese. E poi, la bellezza delle moschee e il canto struggente dei muezzin.

Sono tornata in Turchia quest’anno. In aereo. Mi ha accolto un hub moderno ed efficiente, crocevia di importanti rotte internazionali.

 

Anche Istanbul è stata una sorpresa. Una megalopoli di oltre 15 milioni di abitanti, dalle vie principali affollatissime e l’aspetto delle capitali europee “globalizzate”. Una città in cui mi è capitato di uscire da sola senza alcun problema.

 

Ho soggiornato nel confortevole Hotel Taksim che ho amato da subito perché all’esterno aveva ciotole con cibo e acqua per i gatti della zona.

La città antica conserva intatto il suo fascino non solo per l’architettura bizantina e ottomana, ma anche per i suoi edifici che riflettono i vari popoli e imperi che si sono succeduti alla sua guida, fin dall’epoca romana.

 

 

Uno sky-line inconfondibile, dominato dalla cupola della moschea bizantina di Hagia Sophia, risalente al VI secolo, e dai sei minareti della Moschea blu, fatta costruire dal sultano Ahmed I nel 1609, così denominata per le piastrelle in ceramica turchese che ne rivestono l’interno.

E poi la lunga visita al Palazzo di Topkapi, residenza dei sultani fino alla metà dell’ottocento, oggi sede di un interessante museo.

Con una moderna tranvia ad alta frequenza ho raggiunto il Gran Bazar, il grandissimo mercato coperto costruito nel 1461, in cui è bello andare a zonzo senza meta, perdendosi nelle 61 strade su cui si affacciano ben 4.000 negozi in cui si trova di tutto, dalle spezie alla frutta, ai foulard in seta, alle imitazioni di borse e abiti di importanti griffe internazionali. Naturalmente è d’obbligo mercanteggiare, strappando un prezzo spesso inferiore alla metà di quanto richiesto.

Per avere un’immagine complessiva della città non c’è di meglio della mini-crociera sul Bosforo, il canale che collega il mar Nero e il mar di Marmara, segnando il confine tra l’Europa e l’Asia. Io l’ho fatta al tramonto, quando i raggi del sole illuminano il mare di una luce dorata.

 

Istanbul, tra oriente e occidente, una mescolanza di culture, un centro storico tutelato dall’UNESCO, uno skyline inconfondibile.

 

 

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