Il Presepe Napoletano negli scritti del tempo: il presepe è Napoli e Napoli è il presepe

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-di Giuseppe Esposito-

Abbiamo già detto che quella del presepe è stata riconosciuta come arte anche se annoverata tra quelle minori. Nonostante che ad essa si siano, in passato, interessati artisti del calibro del Sammartino o del Vaccaro o ancora di Matteo Bottigliero. Sul presepe vi è un vasta  letteratura specialistica. Oltre a quella possiamo però riscontrare testimonianze di autori sia italiani che stranieri che ebbero modo di dedicarvi alcune loro pagine assai interessanti.

Si comincia già nel Settecento durante il quale i viaggiatori del Grand Tour consideravano Napoli una meta irrinunciabile, soprattutto dopo le sensazionali scoperte archeologiche di Pompei ed Ercolano. Nello scorrere quelle pagine ci rendiamo conto di una verità che appare via via sempre più incontrovertibile e cioè che il presepe è Napoli e Napoli è il presepe. Infatti, nonostante l’evento della Natività sia universale,   celebrato ovunque, il modo in cui essa è stata interpretata a Napoli è del tutto peculiare ed inimitabile. Il presepe napoletano ha finito per diventare una rappresentazione della vita popolare di Napoli. Una città in cui, di continuo, il sacro e il profano si mescolano indissolubilmente, come avviene per la realtà ed il sogno, per il pagano ed il cristiano.

Napoli è, secondo l’affermazione di alcuni l’unica città antica sopravvissuta al naufragio della storia ed i suoi tratti greci e romani non sono mai scomparsi dalle sue strade. Quando si leggono le pagine di alcuni autori, si fa fatica a comprendere se essi parlino del presepe o della città. È il caso di Matilde Serao. Provate a leggere il brano seguente:

Le donne vendono lo spassatiempo, l’acqua sulfurea, i polpi cotti in acqua marina; gli uomini intrecciano reti, pescano, fumano la pipa, vendono frutti di mare, cantano e dormono.

Sulla riva un osteria mette le sue tavole, la sera vi si imbandiscono cene napoletane. Suonatori ambulanti di violini, di chitarre, di flauti improvvisano concerti.

Sulla riva scorre la  fontana col suo cheto mormorio, i fanciulli e le fantesche in abiti succinti vengono a riempire le loro brocche …

Le strade sono bianche, polverose e fulgide, le case gialle, rosse e bianche rifulgono; i colli sono splendenti di luce.”

Ma ad essere colpito da questa espressione dell’animo napoletano fu anche il tedesco Goethe, che nel suo Viaggio in Italia alla data del mese di maggio del 1787 così annota: Ecco il momento di dare un’idea di un’altra vera passione dei Napoletani: si tratta dei cosiddetti presepi che si vedono a Natale in tutte le chiese e che rappresentano propriamente l’adorazione dei pastori, degli angeli e dei re, più o meno al completo e formanti un gruppo ricco e sontuoso. Sotto il bel cielo di Napoli questo spettacolo si allestisce fin sopra le terrazze delle case. Là si costruisce un’impalcatura leggera a forma di capanna, decorata di alberi e di arbusti sempreverdi. Si adorna con magnificenza la Madre di Dio, il Bambino e tutti i personaggi che stanno in piedi o volteggiano intorno. La famiglia napoletana spende per quei costumi grandi somme. Ma quel che rialza tutta la scena in modo inimitabile è il fondo in cui  si inquadra il Vesuvio coi suoi dintorni. Qualche volta forse tra i pupi vi saranno mischiate delle figure viventi e, a poco a poco, le famiglie nobili e ricche hanno formato il loro divertimento, rappresentando così la sera, nei loro palazzi dei quadri moderni di carattere storico e poetico.

Dicevamo che questa notazione dello scrittore reca la data di maggio, il che sta a dimostrare come spesso quei presepi tanto imponenti non venivano smontati alla fine delle festività natalizie, ma restavano in pianta stabile montati sia perché potessero essere ammirati dai visitatori, sia per il fatto che le operazioni di smontaggio e rimontaggio sarebbero state molto onerose e avrebbero messo a rischio l’integrità dei pastori rivestiti di stoffe pregiate e quindi estremamente delicate.

Ma come dicevamo, Wolfgang Goethe non fu certo l’unico viaggiatore ad essere colpito da quella usanza non riscontrabile da nessuna altra parte. Riportiamo ad esempio quanto ebbe a scrivere l’abate di Saint-Non nel 1759:

Un’eccezionale illusione

Ogni famiglia è impegnata ad allestire, in onore della Madonna, una specie di spettacolo e di addobbo, il costo ed i preparativi dei quali superano quanto sia possibile immaginare.

È ciò che a Napoli viene detto “Il presepio”, termine che corrisponde con quel che noi chiamiamo “Creche” o “Tableau della Natività del Signore”, l’adorazione dei pastori, l’arrivo dei tre Re etc.

Tutto questo è rappresentato in piccolo con figure abbigliate con perfetta verità e naturalezza. Tale genere di spettacolo, lasciato altrove ai bambini e al popolino, a Napoli, per la sua perfezione, diventa degno dell’artista e dell’uomo di gusto.

Poiché la case son tutte ricoperte di terrazze, spesso su questa specie di spiazzi si innalzano detti teatri per tale tipo di rappresentazione: un po’ di muschio, della cartapesta e dei pezzi di sughero e di rami d’albero sono più o meno le parti che costituiscono lo sfondo dello spettacolo. Ma le decorazioni e gli accessori vi sono distribuiti, raggruppati con un’arte e, si può dire, con una magia che supera ogni descrizione o immaginazione.

Rovine, case di contadini, fiumicelli, ponti, cascate, monti, animali tutte queste cose sono raggruppate con arte infinita e l’insieme provoca un’eccezionale illusione.

L’azzurro naturale del cielo si combina con le tonalità ed il colore delle lontananze che formano lo sfondo, al punto che una montagna che dista dallo spettatore trenta piedi, sembra essere ad una lega di distanza e nelle sua giusta proporzione.”

Appare insomma evidente come ciascuno dei viaggiatori fosse così impressionato dal presepe e notasse come esso si sposasse perfettamente con la rappresentazione della città. Come esso fosse profondamente penetrato nel costume, nella cultura del popolo di Napoli da diventarne una caratteristica da cui non era possibile prescindere per comprenderne l’animo. Molte altre sono le testimonianze ma sarebbe troppo lungo riportarle tutte. Alla fine tutti appaiono concordi nel ritenere che il presepe e la città costituissero una miscela di un fascino unico.

 

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