Marrakech: l’esperienza unica di alloggiare in un Riad

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-di Maria Gabriella Alfano

Entrando nella fresca penombra della mia camera, il mio sguardo era stato attratto dal bouquet di rose fresche posato sul tavolino ai piedi del letto. Fiori freschi, come un gesto affettuoso di un amico che mi aspettava.

Avevo appena attraversato, guardinga come chi percorre per la prima volta un luogo sconosciuto, l’affollato suk della Medina. Non so come era riuscita ad orientarmi nel suo intricato labirinto di strade piene di gente e di merci, scansando i motorini che sfrecciavano incuranti della mia incolumità.

Ero accaldata. Venivo da Tangeri. Dopo una notte in treno ero passata dal mite clima primaverile a quello estivo di Marrakech.

Avrei soggiornato in un Riad, la tradizionale casa marocchina. I Riad, come altre architetture arabo-andaluse, a eccezione della porta d’ingresso, non hanno aperture verso l’esterno. Tutte le stanze affacciano su uno spazio centrale, un cortile o un giardino, assicurando la privacy degli abitanti.

Varcata la soglia dell’edificio, il clamore della strada affollata, le voci della gente e dei motori lasciarono il posto a un silenzio ovattato, segnato solo dal cinguettio degli uccelli che vivevano negli alberi di agrumi che vegetavano al centro del cortile. Incredula assaporai il piacere di un mondo antico, tutto “mio”, in cui rilassarmi e ritemprarmi.

Daniel, il padrone di casa era gentile, colto, disponibile a fornire consigli e indicazioni sulla visita della città.

Il Riad era a poche centinaia di metri alla Piazza Jemaa el Fna, il cuore pulsante della città. Era animata in tutte le ore del giorno: al mattino c’erano le bancarelle dei cibi, delle spezie, delle stoffe. Qua e là gli incantatori di serpenti, gli erboristi, le chiromanti, in un miscuglio di voci di suoni, di colori. A notte, quando il caldo si attenuava e una leggera brezza avvolgeva uomini e cose, nella piazza giungevano gruppi di musicisti che, seduti in circolo, suonavano strumenti a percussione in un intreccio di note e di ritmi.

Cercavo sempre di tornare al Riad per cena. I piatti della cucina marocchina preparati da “maman”, così Daniel chiamava la sua cuoca, erano veramente deliziosi. Andai via all’alba, attraversando la medina ancora silenziosa, sapendo in cuor mio che sarei tornata.

 

 

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