Cina, tra Pechino e Shangai

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Diario di bordo- di Maria Gabriella Alfano-

Dopo tredici ore di volo ed uno scalo a Monaco atterro all’ aeroporto di  Pechino (o meglio Beijing come si chiama realmente la città). Mi accoglie lo scalo moderno e tecnologico in vetro e acciaio progettato da Norman Foster, dai pavimenti tirati a lucido e i servizi efficienti e puliti.

La pulizia dei luoghi pubblici sarà una costante (che non ha mai smesso di sorprenderci) di tutto il viaggio. La guida mi mette subito in guardia: “attenti al passaporto (altrimenti non potrete più rientrare in Italia) la gente è tanta, quindi non perdere il gruppo, stai dietro alla bandierina…”

Mi sembra un’esagerazione, tuttavia una cosa va detta: in  Cina, a differenza di ciò che ti accade quando vai in altri posti dove comunque puoi farti capire, il linguaggio, sia quello scritto che quello parlato, è assolutamente incomprensibile. Inoltre pochi cinesi  conoscono l’inglese (men che meno i tassisti) e non sempre le indicazioni stradali sono anche in inglese. Insomma qualche ragione la guida ce l’ha e se ti perdi puoi avere dei problemi.

Arrivo al Regent Beijing. E’ un albergo a cinque stelle nel cuore della città. Poco tempo per sistemarmi e poi subito fuori.

Il bus si muove lentamente nel traffico. Scendo vicino Piazza Tien ‘an Men.

 

Non è la “piazza” che avevo immaginato, probabilmente a causa delle enormi dimensioni. E’ uno spazio delimitato da edifici degli anni cinquanta che, per le sue dimensioni, non riesci a cogliere con un solo colpo d’occhio. La mia mente non può fare a meno di ricordare le immagini delle proteste studentesche che vi si svolsero nel 1989 e la repressione che ne seguì. La guida spiega che questo è un luogo utilizzato per le parate militari e per le altre imponenti manifestazioni politiche. Qui si trova il famoso mausoleo di Mao. Ci sono tantissime bandiere rosse che sventolano sugli edifici e grandi pannelli luminosi con scritte propagandistiche e rievocative.

C’è tanta gente. La guida spiega che il nostro viaggio si svolge nella settimana della festa nazionale. E’ un periodo quindi in cui molti cinesi si spostano per turismo, quindi troveremo ancora più gente del solito.

La mattina successiva, ritemprata da una notte di sonno e da un’abbondante colazione,  visito la “Città Proibita” iniziata nel 1404, sotto la dinastia Ming ed aperta al pubblico solo nel 1949 con l’avvento al potere di Mao Zedong e la fondazione della Repubblica popolare.

 

Davanti all’ imponente Porta di ingresso vi è una moltitudine di gente in attesa di entrare. Ciò che mi sorprende è il “suono” prodotto dalle voci di queste migliaia e migliaia di persone (credo che nessuno del nostro gruppo abbia mai visto tanta gente tutta assieme) che tuttavia non raggiunge mai toni alti. E’ più che altro un  brusio che si diffonde nell’aria di questa splendida giornata di sole.

In attesa di entrare, vengo “assalita” dai venditori ambulanti che offrono ogni genere di merce, intraprendo lunghe trattative e divertenti tira e molla per strappare un prezzo dieci volte inferiore a quello iniziale.

Varcate le immense porte, vengo proiettata in una città sfarzosa, in cui si susseguono gli appartamenti imperiali, quelli dei funzionari, gli edifici di culto, i giardini, i padiglioni. Gli edifici –con struttura portante costituita da pilastri e travi collegati ad incastro, senza utilizzo di chiodi- sono in legno colorato e ceramica, con le tipiche gronde ricurve e decorate con immagini simboliche. Tra esse spicca il drago che rappresentava l’imperatore. Le finiture dorate brillano nel sole, ma non tutto ciò che vediamo è originale. Molti sono stati gli incendi nei secoli e tanti edifici sono andati distrutti, senza contare gli effetti delle intemperie. Ma qui non si pongono troppi problemi per le ricostruzioni in stile e forse ciò è comprensibile data la deperibilità dei materiali (legno e ceramica) con cui sono fatte le costruzioni.

Mi arrampichiamo fino alla Collina del Carbone che ci offre una magnifica vista d’assieme della Città Proibita. Sullo sfondo si erge la città moderna, con la sua selva di grattacieli e le sue strade a otto corsie. Nel pomeriggio visito il Tempio del Cielo, dedicato alla preghiera ed ai riti propiziatori. Mi sposto poi nella zona chiamata “Fabbrica 798”. Si tratta di un’area di oltre 500.000 metri quadrati che sta diventando un vero e proprio centro d’arte e di sperimentazione artistica. Mi trattengo lì fino all ’imbrunire, curiosando tra le gallerie d’arte ed i piccoli negozi.

Il giorno successivo, dopo una visita alle Tombe imperiali Ming, raggiungo Badaling che dista circa settanta chilometri da Pechino. Qui visito un tratto della Grande Muraglia la cui realizzazione fu avviata nel 200 a.C.. Tutti ne sappiamo qualcosa, ma arrampicarsi lungo le scale dalle pendenze ardite, inserite all’ interno del muro è tutt’altro affare. Via via che salgo, mentre  l’aria frizzante entra nei polmoni ed i rumori  giungono sempre più attutiti, mi sento improvvisamente piccola rispetto a questo serpente di pietra lungo oltre 5000 chilometri, disteso lungo tutto il confine della Cina, da cui si gode una vista incantevole.

La sera mi tuffo nelle vie commerciali che circondano l’hotel che pullulano di gente, di bancarelle colorate, di luci intermittenti. Poi assisto ad una rappresentazione dell’Opera di Pechino.Il giorno successivo visito il quartiere delle Olimpiadi del 2008 passeggiando all’interno del noto “Bird’s Nest” che tante volte ho visto in TV.

In serata salgo sul treno veloce che mi porterà a Shanghai, percorrendo oltre 1300 chilometri verso sud. Le vetture sono pulitissime e confortevoli, con le cuccette dotate perfino di monitor e cuffie e perfino di una postazione per prepararsi bevande calde.La notte trascorre tranquilla.Giungo a Shanghai alle 7,30 e raggiungo l’ hotel, il Grand Melià  Pudong, affacciato sul fiume Huangpu. Accanto svetta “Pearl of the Orient”, la Torre della televisione, che diventerà il punto di riferimento per orientarmi  a Shanghai.

E’ una giornata mite e soleggiata. Una fortuna –mi dicono- perché qui piove spesso.

Esco. Sono nel cuore della città moderna, con i suoi grattacieli proiettati sempre più in alto. Entro nell’ascensore dello Shanghai Word Financial Center che in un minuto circa mi porta al centounesimo piano, a circa 500 metri di altezza. Sonoo in cima ad un edifico in acciaio e vetro dal design innovativo (è denominato “il cavatappi”) capace di resistere alla spinta del vento e guardo giù posando i piedi su una passerella di vetro..

Trascorro i giorni seguenti passando dagli  affollatissimi quartieri cinesi alla quiete dei giardini Yu di epoca Ming o del Tempio della Città che mi porta nella religiosità della Cina tradizionale  e dai quartieri coloniali della Concessione Francese e del Bund,  affacciato sul fiume Huangpu.

I tassisti non parlano inglese, quindi mi spostiamo utilizzando dei “post” con l’elenco dei luoghi che volgiamo visitare. Sono scritti, naturalmente sia in inglese che in cinese.Nelle  frenetiche giornate trovo anche il tempo per un tuffo nella piscina-idromassagio-sauna al diciottesimo piano dell’hotel, con vista spettacolare sulla Shanghai by night. La sera –infatti- la città cambia aspetto e si veste di luci colorate e brulicanti che disegnano i ponti, i cespugli, gli alberi, i grattacieli. Sembra di essere nella Metropolis di Superman, nella città del futuro, fatta per essere vista e riconosciuta anche dal cielo.

Sulla sponda opposta del fiume Huangpu galleggia la quinta illuminata e rilassante del Bund, la città antica.

 

 

L’ultimo giorno è dedicato alla visita a Zhuijiao, un piccolo paese sull’acqua distante circa cinquanta chilometri da Shanghai. Qui il progresso funzionale e tecnologico  non è giunto e per questo i giovani stanno andando via. Ma per me la visita  rappresenta l’occasione per conoscere un frammento della Cina del passato. Andando in barca lungo i canali mi immergiamo nella vita di questa piccola comunità, tutta proiettata sul fiume.

Sulla via del ritorno mi accompagna il verde brillante dei campi di riso e quello delle piantagioni di tè.

Nel pomeriggio un’ultima sosta ad una fabbrica della seta.

Poi, con le valige straripanti, mi dirigiamo all’aeroporto.

 

 

 

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