La pornografia del dolore

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-di Michele Bartolo-

Il titolo dell’articolo non inganni, non ci apprestiamo a discutere di sessualità e di esibizione di corpi nudi, che rendono esplicito agli occhi di tutti ciò che in genere dovrebbe essere riservato alla sfera privata ed intima di un individuo. Il riferimento al mondo del sesso è però utile e pertinente per introdurre un argomento di stretta attualità: la pornografia del dolore, appunto, la esibizione senza pudore e senza inibizioni della morte nuda e cruda, offendendo non solo la sensibilità di chi guarda ma anche e soprattutto il dolore dei familiari delle vittime.

Mi riferisco, da ultimo, alla immane ed assurda tragedia della funivia del Mottarone. Molti di noi, hanno potuto visionare, pubblicato da testate televisive nazionali e da siti internet on line, non tanto e non solo un video che avrebbe dovuto essere in possesso della sola Procura che sta effettuando le indagini, ma un vero e proprio filmato della tragedia, della improvvisa ed inesorabile discesa della funivia verso il pilastro della morte, a tutta velocità, con la contestuale esibizione della impotente ed inerme condizione degli occupanti della cabina che, come birilli, trasformati da soggetti ad oggetti, venivano scaraventati violentemente all’indietro, a pochi passi dall’arrivo, per poi precipitare verso l’abisso del non ritorno.

Ovviamente il video è stato visto e rivisto, diffuso senza limiti sui social, su internet e sulla televisione, magari condiviso su whatsapp ed oggetto di culto per chi si abbevera alla fonte morbosa della curiosità, morbosa appunto come quella che governa il mondo della pornografia. Fortunatamente il Garante della Privacy, probabilmente opportunamente sollecitato, è intervenuto per porre fine a questo scempio, ordinando  di bloccare la diffusione del video e la perpetuazione di quei terribili secondi di morte. La ribalta mediatica della tragedia del Mottarone e la diffusione dello spettacolo della tragedia e della morte via video e via social non è il primo caso e non sarà l’ultimo.

D’altronde, si è celebrato il quarantennale della tragedia di Vermicino del 1981, quando il piccolo Alfredino Rampi cadeva in un pozzo e combatteva per due giorni disperatamente contro la morte, al cospetto di una folla incuriosita, sia in presenza che a distanza, che seguiva con gli occhi o via etere i disperati e spesso maldestri tentativi dei soccorritori di strapparlo alla morte.

Alfredino, come molti anni più tardi capiterà  prematuramente anche allo sfortunato fratello Riccardo, non si salverà dall’abbraccio della morte, ma la sua voce, il contatto continuo con i soccorritori, il dialogo con il Presidente Pertini, il circo Barnum costruito intorno a quel pozzo non solo rimarranno nel ricordo di tutti noi ma testimoniano, ancora oggi, il primo caso di pornografia del dolore, di reality della morte, dove tutto diventa spettacolo per soddisfare l’occhio morboso del Grande Fratello, che poi governerà e governa tuttora le nostre vite.

Da allora nulla è cambiato, anzi il progresso tecnologico e digitale ha semmai aumentato a dismisura la voglia di controllare, spiare e vedere tutto, senza limiti, freni, inibizioni, pudore o deontologia di sorta. Tutto è permesso, nulla è amorale di fronte all’occhio della televisione di allora, di un tablet, un cellulare o un computer di oggi.

Non è un caso, infatti, che il benessere e il progresso, quarant’anni dopo Vermicino, ci mostrano bambini isolati, più vulnerabili ed aggressivi, come anche adolescenti dal linguaggio minimalista, che esprimono la propria personalità nascondendosi dietro lo schermo di un computer, senza autonomia creativa o di pensiero. Ne consegue che la socializzazione, nel suo complesso, non solo rispetto all’amicizia, ma anche rispetto all’amore, viene relegata nel mondo virtuale, espressione di una stagione che potremmo definire della digitalizzazione dei sentimenti e delle emozioni, più raccapricciante e deleteria della stessa pornografia.

D’altronde, in un mondo in cui si guarda il cellulare anche quando si guida, quando si mangia o quando si cammina sulle strisce pedonali, non deve stupire che si voglia sapere e vedere tutto, visualizzare ogni cosa che fa spettacolo, anche  e soprattutto ciò che non si vede e che ha il fascino del proibito, tutto, compresi il dolore e la morte di esseri umani come noi.

Ed ecco che tutti ricordiamo la morte in diretta del cantante Mango, mentre cantava la canzone “Oro” nel suo ultimo concerto a Policoro. In quella occasione, furono proprio le telecamere di telefonini che lo scrutarono nel momento dell’imbarazzo, del sudore, del cedimento della voce, sino ad immortalare il momento del crollo, dell’abbandono, della corsa disperata dei presenti per soccorrerlo e portarlo via dal palco.

Tutto sommato, se ci riflettiamo, immagini del dolore furono anche quelle che ritrassero Enrico Berlinguer, allora segretario del Partito Comunista Italiano, che  nel 1984, durante un comizio a Padova, ebbe in diretta i sintomi di un ictus cerebrale. Il terribile evento, anche in quell’occasione, fu oggetto di spettacolarizzazione, nonostante i mezzi non consentissero ancora quella che oggi sarebbe stata una diffusione incontrollata sul web.

La ricerca spasmodica della notizia, il desiderio morboso, la curiosità incontrollata, lo sciacallaggio mediatico non hanno risparmiato neanche cronache e realtà locali. Nella nostra Salerno, qualche anno fa, un giovane collega si tolse la vita impiccandosi nella sua abitazione. Penso che molti ricorderanno che la madre, distrutta per il drammatico epilogo della vita del figlio, si sentì poco bene e fu necessario calmarla  e farla sedere. La donna, disperata, lanciava urla lancinanti e si dimenava. Ebbene, tra la folla di persone presenti,  vi furono alcuni che attivarono la telecamera del telefonino per riprendere quei terribili momenti. Ogni ulteriore commento è superfluo.

Come uscire da questo tunnel, come riconquistare la nostra umanità? E’ un problema di educazione e di cultura, che ormai tende sempre di più a scomparire in questa società decadente, per lasciare spazio all’ignoranza, alla prepotenza, all’incompetenza  ed alla dissoluzione di ogni rapporto umano e della stessa coscienza e moralità dell’individuo.

La pandemia sanitaria, in tutto questo, ha favorito ancora di più i presupposti per questa decadenza, i giovani sono ancora di più allontanati da sani luoghi di aggregazione culturale e sportiva, dalla frequentazione di cinema, teatri e musei, dalla lettura di libri, di qualunque genere o orientamento, purché libri che, come tali, formano il senso critico di una persona e stimolano a ragionare ed a pensare, attività sempre più rara e difficile in una società che preferisce giudicare e nascondersi dietro al nulla di una folla indistinta di persone.

Basta, quindi, digitalizzazione dei sentimenti, basta morbosità degli sguardi, basta spettacolarizzazione delle tragedie, basta pornografia del dolore e della morte.

Una famosa frase così recitava: “Meglio la morte che stronca di quella che intrattiene”. Ma noi siamo andati oltre, preferiamo l’intrattenimento della morte, le tragedie umane trasformate in spettacolo, mentre dovremmo ricordare l’ammonimento di Charles Bukowski, che così diceva: “Parlare di morte è come parlare di denaro. Noi non ne conosciamo né il prezzo  né il valore”.

                          

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