Draghi in Senato: programma dal lungo respiro

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-di pierre De Filippo-

È cominciato così, tra qualche inciampo e una certa dose di imbarazzo forse inaspettata ma subito chiarita (“vorrei dirvi che non vi è mai stato, nella mia lunga vita professionale, un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia”) il discorso di Mario Draghi al Senato della Repubblica.

È cominciato in maniera sorprendente, con un inno alla politica – che non esce sconfitta e che non deve vedere la sua nomina come un commissariamento – e all’unità, che si sostanzia nel senso di responsabilità che ciascun partito deve avere dinanzi al Paese.

È cominciato con la saggia e precisa volontà di disinnescare delle bombe che sa essere ancora molto pericolose: dal governo che non ha connotazione politica e che è solo il “governo del Paese”, al Parlamento che “verrà costantemente informato sia sull’impianto complessivo [del recovery plan], sia sulle politiche di settore”, concludendo con la spinosa questione della governance del piano stesso, affidata al Ministero dell’Economia e delle Finanze, con la “strettissima collaborazione dei ministeri competenti che definiscono le politiche e i progetti di settore”.

Un governo che nasce sposando lo “spirito repubblicano” e l’invocazione del Capo dello Stato. Non è stato, però, un discorso per nulla accondiscendente su alcuni punti, alcune priorità di posizione, se così possono essere chiamate: l’equità generazionale in primis, ergendo a obiettivo essenziale quello di “consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti”, e che “ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle nuove generazioni”; e poi, la posizione internazionale, saldamente europeista ed atlantista perché “sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità delle scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà ad un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione”.

Il mormorio tra i banchi dell’aula sentenziava che Draghi aveva fatto centro: si può discutere della tattica ma non della strategia, pare volesse dire. E poi i temi, tanti e delicati, più coerenti con un governo di lunga durata – da qui il lungo, lunghissimo respiro del programma – che per un governo balneare, di decantazione, di emergenza nazionale o in qualsiasi altro modo possa essere definito.

Dal piano di vaccinazione, che dovrà prescindere da “luoghi specifici, spesso ancora non pronti” – riponendo sostanzialmente in soffitta Arcuri e le sue primule – e che dovrà beneficiare del sostegno di tutti – protezione civile, forze dell’ordine, volontari –, alla scuola, tema spinosissimo e che va inquadrato andando anche oltre la mera logica emergenziale derivante dalla pandemia.

Il cambiamento climatico, che qualche politico nostrano, cocciutamente, tende ancora a sottovalutare e che, invece, rappresenta una delle direttrici più importanti a livello europeo perché – dice l’economista Draghi – “vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta” e il turismo, volano della nostra economia e ora in estrema crisi, passando per il lavoro, rispetto al quale non ha potuto non sottolineare l’importanza del piano europeo SURE, che ci ha garantito 27 miliardi di euro.

Tutto ciò, con la consapevolezza che “uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce”.

Non si farà in un clic.

E poi ancora, la parità di genere, senza possibilmente – si augura Draghi – limitarsi ad un “farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge”, e un Mezzogiorno, che fa ancora i conti con una cronica arretratezza, il fisco – per il quale serve un ragionamento serio e di ampio respiro – e la pubblica amministrazione, che sconta la carente digitalizzazione, l’eccesso di burocrazia e, dobbiamo dirlo, un personale spesso inadeguato e malamente formato perché assunto nei decenni scorsi ricorrendo alla logica del clientelismo e del baratto occupazional-elettoralistico.

Infine, la giustizia, che sarà probabilmente il primo, vero terreno di scontro: oltre a velocizzare i tempi, biblici, della giustizia civile, cosa ne sarà della pomposissima riforma Bonafede sulla prescrizione? Una bella gatta da pelare per la neoministra Marta Cartabia.

Chiarisce Draghi, in conclusione, che “dovremo dire dove vogliamo arrivare nel 2026 e a cosa puntiamo per il 2030 e per il 2050” e che “oggi, l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere. Ma è un dovere guidato da ciò che, sono certo, ci unisce tutti: l’amore per l’Italia”.

 

 

“Mario Draghi presents his credentials as candidate ECB president” by European Parliament is licensed with CC BY-NC-ND 2.0. To view a copy of this license, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/

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