Ammissibili e inammissibili: viaggio alla scoperta dei referendum primaverili

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di Pierre De Filippo-

C’è stata, trent’anni fa, l’epoca dei referendum – quelli proposti dai Radicali e da Mariotto Segni – che erano diventati quasi come Sanremo o una canzone estiva dei Righeira: ogni anno sapevi che ne sarebbe arrivato uno. Dalla preferenza unico sulla quale Craxi invitò gli italiani ad “andare al mare”, a quello che avrebbe gettato le basi per il mattarellum, fino ai soliti caccia&pesca.

Per anni, poi, non si è raggiunto il quorum – i referendum abrogativi necessitano, per essere validi, del voto della metà più uno degli aventi diritto – e lo strumento ha perso appeal e apprezzamenti.

È tornato valido in questi mesi, in cui Radicali e Lega hanno proposto otto quesiti referendari dalla eco mediatica non indifferente: sei riguardavano la giustizia – materia sulla quale il Presidente della Repubblica s’è dilungato lungamente nel suo discorso di insediamento e che è oggetto di una difficile riforma appena varata in Consiglio dei Ministri –, uno aveva ad oggetto il fine vita e l’ultimo la legalizzazione delle droghe leggere. Questo il quadro in soldoni.

E in soldini?

In soldini, la Corte costituzionale, massimo organo di garanzia del nostro ordinamento, ed il suo neoeletto Presidente Giuliano Amato sono stati innanzitutto chiamati a valutarne l’ammissibilità, cioè valutare se le conseguenze dei referendum non determinino una condizione di incostituzionalità. Se la valutazione ha esito positivo, il referendum viene dichiarato ammissibile e si tiene, se invece ha esito positivo, il referendum è inammissibile.

Cosa è successo in questo caso?

Il primo quesito sulla cui ammissibilità si è ragionato è stato quello sull’eutanasia, tema da troppi anni in cima a discorsi pomposi e nulla di fatto legislativi. Era stata proprio la Corte, nel 2019 – il famoso caso di dj Fabo e Marco Cappato – a stabilire che, a determinate condizioni, l’assistenza al suicidio non era punibile e che lasciava un anno al Parlamento per approvare una legge in materia.

Cosa puntualmente non avvenuta.

Senza voler entrare troppo nei tecnicismi, nella sentenza Cappato, le Corte aveva espressamente indicato i motivi per i quali aveva ritenuto il leader radicale non punibile e in quali circostanze l’assistenza al suicidio era ammessa: “trattamenti di sostegno vitale” per il malato, il cui proposito deve essere “autonomamente e liberamente formatosi”, affetto da una “patologia irreversibile” e “pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

Queste accortezze mancavano, a parere della Corte, nel quesito referendario orientato ad abrogare l’articolo 579 c.p. sull’omicidio del consenziente. Eccessivo.

Altro quesito la cui bocciatura ha destato grande scalpore è stato quello che si prefiggeva di depenalizzare la coltivazione della cannabis. La Corte costituzionale – per bocca del suo Presidente – ha spiegato che l’inammissibilità del quesito è dipesa da un presunto errore nella formulazione della domanda referendaria: fosse stato dichiarato ammissibile a avesse prevalso il Sì, si sarebbe depenalizzata anche la coltivazione “del papavero, della coca e delle droghe pesanti in generale, violando trattati internazionali”.

Dal comitato promotore hanno risposto di sì, che era vero ma che era anche l’unico modo per raggiungere il loro obiettivo, riferito alla cannabis.

Questo ci spinge forse a rivalutare l’utilità dello strumento referendario e a rivedere i bei pregi di cui godrebbe la democrazia diretta? Credo di sì.

Vengono invece ammessi cinque dei sei quesiti sulla giustizia: la separazione delle carriere – ormai un evergreen che non arriva mai a maturazione –, l’abrogazione della legge Severino, in materia di incandidabilità (quella che ha fatto fuori Berlusconi, per capirci); il venir meno della necessità per i candidati al CSM di raccolta delle firme (si discute, proprio in questi giorni, di modifica dei metodi d’elezione); nuove norma in materia di consigli giudiziari e la riduzione di ricorrere all’istituto della custodia cautelare: viene ristretto il gruppo di reati per i quali questa è prevista per il pericolo di “reiterazione del reato”.

Viene invece cassata la responsabilità diretta dei giudici.

Cosa succede ora? Succede che sarà il Consiglio dei Ministri – dopo che la Corte avrà reso pubbliche le sue motivazioni – a deliberare in merito, mentre spetterà al Presidente della Repubblica indire il referendum, che si terrà tra il 15 aprile ed il 15 giugno.

Parliamo, lo ribadisco, di un referendum abrogativo che, per avere valore, deve coinvolgere la maggioranza più uno degli aventi diritto.

 

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