The Irishman : Scorsese e il Cinema che muore per vivere in eterno

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Su Netflix il nuovo film del regista italoamericano, una saga sulla morte che è anche un testamento artistico- di Francesco Fiorillo-

Cos’è davvero il Cinema? La domanda può apparire banale, ma non lo è affatto. Non in questi anni, in cui la moltiplicazione dei media e dell’offerta ne ha reso la definizione sempre più ampia e sfuggente. E’ Cinema vedere un film in streaming a casa sul proprio divano, o sul cellulare mentre si viaggia sulla metro? E’ Cinema una pellicola di intrattenimento come un cinecomic, basata su effetti speciali strabilianti ed elaborate scene d’azione? E’ Cinema un prequel, un sequel, un reboot, un remake?

E’ innegabile che, negli ultimi 20 anni, il panorama cinematografico si sia evoluto in modo incredibile. Lo sviluppo di franchising di successo, e poi di servizi di streaming come Netflix o Prime Video, ha cambiato il modo stesso in cui fruiamo e giudichiamo i film. Ed è quindi normale che un maestro della vecchia guardia come Martin Scorsese, uno che il cinema contemporaneo ha contribuito a crearlo, si sia sentito in dovere di esprimere un parere a riguardo.

Recentemente al centro di una polemica per alcune sue dichiarazioni critiche nei confronti dei film Marvel, il regista ultrasettantenne ha voluto chiarire definitivamente la sua posizione in un articolo pubblicato agli inizi di novembre sul New York Times. Il vero Cinema, per Scorsese, è rivelazione: estetica, emotiva e spirituale. E’ un medium che parla di esseri umani, con le loro contraddizioni e lotte interiori. E’ una forma d’arte che mette in scena dei rischi, che corre dei pericoli. Ogni nuovo film è una scommessa, un tentativo di creare qualcosa di nuovo ed innovativo.

Ma il cinema moderno, ai suoi occhi, è tutt’altro. Si basa su formule apprese e ricerche di mercato. Satura le sale con i suoi blockbuster e le sue regole narrative, creando l’illusione nel pubblico che non esistano alternative. Non corre rischi, perché va sul sicuro, riproponendo infinite variazioni sullo stesso tema. E soprattutto, non è più espressione della visione artistica del regista, ma un’opera su commissione, creata per compiacere un pubblico sempre più omogeneo.

Qual è allora il modo per farsi strada nel mondo del cinema senza seguire le logiche di mercato delle grandi distribuzioni? Affidarsi a case di produzione più giovani ed indipendenti, interessate alle sfide poste da film meno vendibili. Ed ecco quindi approdare su Netflix, dopo molti anni di gestazione, la nuova fatica di Martin Scorsese, The Irishman. Un film monumentale (tre ore e mezzo di durata) e costoso (159 milioni di dollari di budget), da molti considerato il suo testamento artistico.

Già, perché la pellicola rappresenta un grande ritorno alle origini: una storia di gangster, mafia e politica sullo sfondo dell’America del secondo Novecento, con un cast composto da vecchie  conoscenze (Robert De Niro, Joe Pesci) e qualche new entry (Al Pacino, per la prima volta diretto dal regista italoamericano). Ma se da un lato si tratta di un film tradizionale, dall’altro è anche un film innovativo, che si avvale di effetti speciali (la tecnologia di ringiovanimento degli attori) e viaggia su un canale di streaming moderno e altamente fruibile.

Quasi come se il regista avesse voluto dimostrare che è possibile trovare una via di mezzo fra cinema d’autore e nuove tecnologie, senza uniformarsi alle produzioni più commerciali.

The Irishman è soprattutto un film sulla morte e la vecchiaia. Una pellicola che ha il sapore di un addìo, al tempo stesso affettuoso e amaro. Un viaggio senza ritorno nella vita di Frank Sheeran (un De Niro monoespressivo), killer e uomo di fiducia del boss Russell Bufalino (un dimesso ma intenso Pesci): dagli inizi come camionista per la consegna della carne, alla carriera come sicario; dall’amicizia con il sindacalista Jimmy Hoffa (un Pacino straordinario mattatore), che dovrà inevitabilmente tradire e uccidere, fino alla vecchiaia consumata nella solitudine di un ospizio.

 Tre ore e mezza sono tante, ma necessarie per consentirci di vivere 40 anni di storia americana al fianco dei protagonsti, un percorso esistenziale nel quale li vediamo gradualmente invecchiare, ruga dopo ruga, capello bianco dopo capello bianco, grazie alla magia degli effetti speciali (a tratti grotteschi). E quando arriviamo alla fine del film, e vediamo Frank Sheeran ormai anziano e incapace di reggersi in piedi, possiamo capire cosa prova. Possiamo comprendere come sia amaro contemplare il proprio passato, sapendo che non tornerà più. E condividiamo la sua solitudine, quando lo vediamo abbandonato in una casa di riposo, in compagnia dei suoi ricordi. Tutto ciò che rimane delle persone che ha amato sono vecchie foto ingiallite.

“It is what it is”, come viene ripetuto nel film. Le cose stanno così, punto e basta. Non ci sono morali o lezioni da trarre. Viviamo, e poi muoriamo. Alla fine, tutto quello che possiamo provare è un’infinta empatia verso personaggi così straordinari, che uno dopo l’altro spariscono nel buio. Frank, come Scorsese, è conscio della fine imminente. Ma in lui c’è ancora la speranza: nella scena finale, chiede di lasciare socchiusa la porta della sua stanza, come a lasciare intendere che non tutto è finito; non è ancora il momento di chiudere quello spiraglio.

 Il Cinema, al contrario degli uomini, non può morire.

 

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