Pinocchio: il teatro dei burattini di celluloide

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Nelle sale l’ultima incarnazione della favola di Collodi, un gioiello grezzo che stenta a brillare -di Francesco Fiorillo-

Un cinema di oscurità e portenti, quello di Matteo Garrone. L’attenzione maniacale per i dettagli, gli intensi primi piani, le atmosfere cupe, tutto nei suoi film concorre a creare un clima di immersione completa, come se fossimo trasportati direttamente nello schermo; eppure, il senso del fantastico è sempre presente. Che sia orrore generato da deformità o deviazioni semplicemente umane (come ne L’imbalsamatore, Primo Amore, Gomorra, o Dogman) o la presenza di vere e proprie creature mostruose o sovversioni del naturale (come ne Il racconto dei racconti), il regista romano ha più volte dimostrato di saper calibrare sapientemente realismo e magia.

Come per il collega americano Christopher Nolan, il suo universo filmico è una “super-realtà”, in cui la meraviglia e l’avventura emergono da un mondo realistico e riconoscibile, operando una perfetta sospensione dell’incredulità: ciò che ci viene mostrato è straordinario, ma familiare.

E’ quindi comprensibile che l’uscita del suo Pinocchio fosse accompagnata da grandi aspettative: quale regista migliore per trasporre sullo schermo una fiaba che, come da tradizione ottocentesca, mescola elementi tenebrosi ed allegorie sociali? Quale autore migliore di Garrone, che si è dichiarato ossessionato dal personaggio fin dall’età di 6 anni?

Non si trattava di una sfida semplice: l’opera di Collodi ha già avuto innumerevoli trasposizioni, ognuna delle quali ha dato una nuova forma alla storia del burattino. Ma poche si sono rivelate degne di nota, tanto che si parla addirittura della “Maledizione di Pinocchio”. Con l’eccezione, infatti, delle straordinarie versioni della Disney e di Luigi Comencini, l’incarnazione della fiaba è stata spesso un flop di critica e pubblico; il più recente esempio è il Pinocchio di Roberto Benigni del 2002, stroncato soprattutto all’estero.

Garrone riesce fortunatamente a schivare la maledizione, ma lo fa senza prendersi troppi rischi, andando sul sicuro. Il suo Pinocchio è una trasposizione fedelissima e formalmente perfetta, capace di rendere reale il mondo fantastico dello scrittore fiorentino e catturare l’attenzione dal primo minuto all’ultimo; ma il regista aggiunge poco o nulla al materiale originale, limitandosi a mostrarlo, ad osservarlo accadere, quasi di nascosto. Il risultato è un film affascinante ma sobrio, quasi freddo a tratti.

Ci si aspettava di più, specie dopo lo splendido Il racconto dei racconti del 2015, brillante sia per originalità (le fiabe de Lo cunto de li cunti di Basile sono poco note) sia per innovazione (rappresentando una delle prime incursioni del cinema italiano moderno nel fantastico popolare). Ma la storia di Pinocchio è già famosa, e la barriera del fantastico cinematografico italiano è già infranta: questo film meritava di essere più memorabile, specie considerando i talenti coinvolti.

Paradossalmente, la semplicità di questa pellicola è anche la sua forza più grande: in un mare di film che rielaborano le stesse storie all’infinito, Garrone è quasi un animale raro. Il regista ama l’opera originale, e lo dimostra lasciandola pressoché intatta, come fosse un romanzo con immagini al posto delle parole (i titoli di coda con le foto dei personaggi trasformate in acquerelli, come in un libro illustrato).

I fronzoli moderni vengono sostituiti da una realizzazione “vecchio stile”, che preferisce effetti artigianali a quelli digitali: assolutamente straordinario, a questo proposito, il trucco ad opera del francese Mark Coulier, in grado di infondere vita e realismo a convincenti animali antropomorfi (i dottori Corvo e Civetta, i Conigli Neri becchini, il cane-cocchiere Medoro, il Grillo Parlante).

Anche l’uso di attori caratteristi (Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini, Gigi Proietti, il nano Davide Marotta) contribuisce a dare alla pellicola un sapore tradizionale, strizzando l’occhio a Le avventure di Pinocchio di Comencini.

Molto ispirate e sincere le prove recitative del cast, anche in ruoli secondari: il tenero ed indimenticabile Lucignolo del piccolo Alessio Di Domenicantonio (quasi pasoliniano), l’ammaliante Fata Turchina di Marine Vacth, la buffa Lumaca di Maria Pia Timo, l’istrionica Volpe di Massimo Ceccherini, l’inquietante l’Omino di Burro di Nino Scardina e il perfido Maestro di Enzo Vetrano. Bravo anche il giovane Federico Ielapi, che riesce ad infondere nel suo Pinocchio le giuste doti di ingenuità e spontaneità.

Menzione a parte merita la magnifica prova di Roberto Benigni, qui in un’inedita versione modesta e malinconica: dopo aver intepretato il burattino nel 2002, l’attore stavolta è Geppetto, come a voler chiudere un cerchio. Evitando istrionismi o patetismi, il suo falegname commuove per la sua semplice umanità e dignità (ricordando a tratti la figura di Marcello, il protagonista di Dogman).

Insomma, Garrone si dimostra un ottimo burattinaio, tirando i fili di un teatro di marionette affascinante e mai banale. Ma i burattini di questo teatro stentano a brillare di luce propria, imprigionati in un rigore che smorza gli entusiasmi. Davanti ad un film che è poco di più di un fedele omaggio, seppure di fattura eccezionale, viene da chiedersi: qual è il suo scopo?

Offrire uno spettacolo per famiglie sotto Natale? Ma Pinocchio, per quanto gli elementi oscuri  della fiaba siano stati alleggeriti, non appare come un classico film per bambini, popolato com’è di scene fra il grottesco e l’orrido (l’impiccagione del burattino, la sua trasformazione in asino e il crudele destino di Lucignolo, i volti inquietanti dei pupazzi di Mangiafuoco).

Forse lo scopo è esporre la morale pedagogica della storia? Oppure usarla per offrire un’allegoria della nostra società attuale, infestata da imbroglioni e da bambini viziati? Ma questi elementi non sono sufficientemente approfonditi nella pellicola, che appare più interessata a seguire pedissequamente il racconto di Collodi.

No, questo film esiste perché è un progetto d’amore di Matteo Garrone, e tanto basti. Che un regista italiano sia in grado di rivitalizzare il genere fantastico nel nostro Paese, a livelli di qualità così alti,  è sufficiente per gridare al miracolo. Il Cinema italiano è da troppo tempo permeato da temi esistenziali, storici e politici. Come se sognare fosse un azzardo, qualcosa di proibito. Ma l’eccessivo realismo rischia di atrofizzare la nostra fantasia.

Altri Pinocchi arriveranno (è in lavorazione un musical in stop-motion di Guillermo del Toro), ma quello di Garrone è da conservare nel cuore come una promessa.

 

 

 

 

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