C’era una volta … Quentin Tarantino

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Nei cinema l’ultimo lavoro del regista, una dichiarazione d’amore alla Hollywood che fu- di Francesco Fiorillo-

la locandina del film di Quentin Tarantino
C’ERA UNA VOLTA A HOLLYWOOD

E’ un conto alla rovescia la carriera di Quentin Tarantino: da quando alcuni anni fa ha dichiarato che non dirigerà più di dieci film, ogni sua nuova pellicola appare preziosa, uno degli ultimi tasselli di un percorso artistico che lo ha portato a divenire, per citare Peter Bogdanovich, “il regista più influente della sua generazione”.

Presentato in concorso alla 72ª edizione del Festival di Cannes, anche C’era una volta a…Hollywood (ufficialmente il suo nono film), è una sorta di conto alla rovescia: un countdown che parte dal febbraio del 1969 per arrivare alla notte dell’8 agosto. Una data tristemente nota, perché al numero 10050 di Cielo Drive si consumarono gli omicidi di Sharon Tate (a quel tempo moglie di Roman Polanski, e incinta di otto mesi e mezzo) e quattro suoi ospiti ad opera di esponenti della “Famiglia” di Charles Manson; un violento atto di ribellione verso lo star system, che idealmente pose fine ai gloriosi anni ’60 del mondo luminoso e sognante di Hollywood, insanguinato da una controcultura hippie alla deriva.

Ma Tarantino (lo abbiamo già visto nel suo Inglourious Basterds) non è interessato alla ricostruzione storica: un regista può cambiare la realtà, piegarla alla sua visione e metterla al servizio del suo messaggio. E così, luoghi e personaggi fittizi si alternano a quelli reali (“Squeaky” Fromme, George Spahn e il suo ranch sono esistiti davvero), l’universo cinematografico del regista diventa canone storico (le sigarette Red Apple nella scena post-credit) e gli eventi di Cielo Drive prendono una piega diversa e inaspettata: il sogno hollywoodiano è (forse) salvo.

Il regista gioca subito a carte scoperte: fin dal titolo (che rimanda ai due celebri film della Trilogia del Tempo di Sergio Leone, C’era una volta il West e C’era una volta in America) capiamo che il suo intento è semplicemente quello di raccontare un’epopea: quella della mecca del cinema di Los Angeles, che tanto ha influenzato la sua visione e la sua carriera artistica. Una fabbrica di sogni che ha plasmato intere generazioni, dando vita a generi, archetipi e miti ancora oggi imprescindibili.

La storia del film è solo un pretesto. Ciò che conta è semplicemente calarsi nella realtà della Vecchia Hollywood nei suoi ultimi momenti di gloria: respirarne l’aria, percorrerne le strade (le lunghe sequenze in auto), ammirarne le insegne e i cartelloni, partecipare alle feste esclusive della Playboy Mansion, e vedere da vicino vere e proprie leggende come Steve McQueen e Bruce Lee (qui purtroppo ridotto ad una macchietta). Un mondo magico che sta finendo; per le strade si aggirano ragazze scalze che predicano “pace e amore” e rovistano nella spazzatura, mentre la Nuova Hollywood si affaccia all’orizzonte: un cinema diverso, fatto di influenze europee, di registi-autori, di antieroi e donne forti e indipendenti.

Lo sanno bene l’attore western Rick Dalton (formidabile la prova di Leonardo di Caprio) e l’inseparabile controfigura-autista-tuttofare Cliff Booth (un solido e carismatico Brad Pitt): entrambi simboli di un cinema sempre più irrilevante, si ritrovano al capolinea della loro carriera. La sensibilità del pubblico e della critica sta cambiando, il lavoro scarseggia, e l’unica possibilità di riscatto (come per altri prima di loro) è quella di trasferirsi in Italia per girare spaghetti western.

Ma mentre le carriere di Rick e Cliff vanno a rotoli, quella della giovane attrice Sharon Tate (una luminosa Margot Robbie) è invece in piena ascesa: bella, corteggiata da tutti e sposata con uno dei registi più influenti del nuovo cinema europeo, ha una vita di successi davanti a sé.

Se Rick e Cliff incarnano la disillusione verso il sogno hollywoodiano, Sharon ne è invece la sostenitrice più entusiasta. Memorabile e commovente la scena in cui la ragazza si intrufola in un cinema per vedersi recitare nel suo ultimo film, The Wrecking Crew, al fianco di Dean Martin: impossibile restare indifferenti davanti ai suoi occhi sognanti, incantati dalla magia dello schermo, e al sorriso che le nasce sul viso nel realizzare di essere diventata davvero parte dello star system.

Non è un caso che Rick e Sharon siano vicini di casa a Cielo Drive: le due Hollywood convivono l’una accanto all’altra, e sono destinate ad incontrarsi per un passaggio di consegne nel sanguinoso e catartico finale.

Già, il finale. Per poterne capire appieno il significato, non bisogna dimenticare che si tratta di un lavoro personale. Sappiamo bene che Tarantino è stato spesso criticato per l’uso eccessivo della violenza nelle sue opere: questo film non è da meno, regalandoci nelle ultime scene sangue e brutalità sopra le righe. Ma la violenza va interpretata: per il regista è un soggetto del tutto estetico, un puro strumento di intrattenimento; tradurla in realtà è semplicemente folle.

Eppure è proprio quello che si apprestano a fare gli hippie che si recano a Cielo Drive nella notte dell’8 agosto per il loro massacro rituale: figli di un cinema che <<insegna ad uccidere fin da bambini>> (come dice una di loro), vogliono lanciare un messaggio contro la finzione hollywoodiana; alla stregua dei detrattori di Tarantino, non capiscono che la violenza è parte della magia della settima arte.

E allora il regista si prende la sua rivincita storica: usa la violenza per salvare il cinema, la scaglia come un’arma contro il nichilismo degli assassini, in un gioco in cui vittime e carnefici si scambiano di ruolo.

Alla fine, la Vecchia e la Nuova Hollywood possono finalmente abbracciarsi in un lieto fine.

La favola del Cinema sopravvive, per continuare ad esistere in tutta la sua gloria.

…e vissero per sempre felici e contenti.

 

 

 

 

 

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