Coronavirus: la sfida delle città

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-di Maria Gabriella Alfano

La sensazione più diffusa in questi mesi di pandemia da Coronavirus è l’incertezza. Non sappiamo quando potremo uscire di casa, frequentare la gente, andare al ristorante o in vacanza senza rischiare di infettarci.

Inutile illudersi: molti dei nostri comportamenti cambieranno e molto dovrà necessariamente cambiare anche lo spazio fisico in cui si svolge la nostra vita.

C’è chi sostiene che molti faranno tutto per allontanarsi dalle città, per fuggire dalle grandi concentrazioni di popolazione ed evitare di respirare l’aria inquinata dalle polveri sottili che sembra sia una delle concause della maggiore virulenza della pandemia.

Non vedo molto realistica questa ipotesi dell’esodo. Da che mondo è mondo, nessun evento catastrofico è stato capace di uccidere le città. Non ci sono riuscite le pestilenze, né i terremoti, né gli attacchi terroristici che, si sa, colpiscono dove ci sono alte concentrazioni di gente. Alla fine hanno sempre prevalso il bisogno dell’uomo di aggregarsi e le esigenze dettate dalle maggiori opportunità di occupazione e di servizi che solo le città sanno offrire.

In questi ultimi mesi stiamo combattendo contro il Coronavirus, ma questa volta -a detta della comunità scientifica- ci sono fondati motivi per ritenere che non sarà facile sconfiggere in tempi brevi questo nemico invisibile. La pandemia ritornerà in ondate successive e, finché non si troverà il vaccino, siamo tutti vulnerabili ed esposti al rischio di ammalarci.

In questi mesi abbiamo modificato le nostre abitudini. Abbiamo rinunciato alle strette di mano, agli abbracci, ai contatti ravvicinati. All’inizio è stata dura rinunciare al cinema, a incontrare gli amici, allo shopping, alla palestra, alle passeggiate. Ma poi ci siamo rassegnati. In qualche caso è stata un po’ stressante la vita negli appartamenti piccoli dove le famiglie hanno dovuto convivere 24 ore su 24, magari affrontando anche attività di e-learning e smart-working.

Ma a conti fatti non è stato così difficile perché non abbiamo dovuto fare altro che stare chiusi in casa, sapendo che stavamo facendo ciò che andava fatto per arginare i contagi.

Tra qualche giorno si passerà alla “fase 2”, quella in cui, seppur con una serie di limitazioni, potremo di nuovo uscire di casa.Dovremo affrontare lo spazio esterno che percepiremo improvvisamente ostile e pericoloso ed eviteremo i luoghi affollati, sapendo che, per mitigare i rischi, non basteranno i nostri comportamenti individuali. Ci scopriremo diversi, con nuove inimmaginabili esigenze e anche la città dovrà cambiare.

In questi giorni archistar come Renzo Piano, Herzog e de Meuron, Stefano Boeri, Massimiliano Fuksas, Maro Cucinella e tanti altri architetti di tutto il mondo stanno discutendo sulle caratteristiche dello spazio urbano e di quello domestico nella società che deve convivere con il coronavirus.

Le connessioni a banda larga hanno evitato la paralisi del Paese ed hanno aiutato a coltivare i rapporti umani, ma dopo la quarantena la vita dovrà ricominciare. Dovranno riprendere a funzionare le scuole, gli uffici, i tribunali, i cinema, gli auditorium, i luoghi di culto, gli stadi, i centri commerciali, le palestre e così via. Per tutti questi luoghi occorrerà pensare ad un’articolazione degli spazi e delle attività capaci di assicurare la sicurezza delle persone.

Ad esempio dovranno essere individuati spazi e regole per consentire lo svolgimento degli eventi e disciplinare i flussi in ingresso, garantendo il basso indice di affollamento necessario per il “distanziamento sociale”.

Proprio la “distanza sociale”, oltre all’indice di affollamento, sarà il nuovo parametro che dovrà essere considerato nei progetti.

Gli ospedali, poi, dovranno avere spazi extra, in modo da poter fronteggiare impreviste necessità di cure.

Gli spazi pubblici dovranno essere capaci di essere accoglienti per stemperare tensioni e aggressività che possono innescare i tempi di attesa necessari per i controlli e l’accreditamento.

Anche le infrastrutture per la mobilità dovranno adeguarsi a questi principi assicurando, ad esempio, il rispetto delle distanze sociali nelle aree di sosta e nei percorsi a senso unico e flussi dedicati anche nelle strade pedonali urbane. Il trasporto collettivo su ferro o su gomma dovrà adeguarsi, accogliendo un numero contingentato di viaggiatori. Una valida alternativa potrebbe essere il potenziamento delle ciclovie.

Gli impianti degli edifici dovranno possedere caratteristiche tecnologiche tali da evitare la trasmissione del virus e assicurare la costante purificazione dell’aria.

Questo sono solo alcuni dei problemi da affrontare.

La quarantena ha avvicinato molte persone al verde urbano, dalla cura delle piantine del balcone di casa alla coltivazione dell’orto. Le nostre città hanno fantastici parchi e giardini che saranno presto riaperti per essere restituiti alla fruizione di quanti, nel rispetto delle regole del “distanziamento sociale” amano trascorrere un po’ di tempo a contatto con la natura. Servirà anche ad agevolare la transizione dalla vita dal ritmo lento degli ultimi mesi, a quella, sicuramente diversa, dell’imminente ripresa.

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