Le indagini di Lolita Lobosco: eutanasia dell’angoscia

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-di Francesco Fiorillo-

Domenica scorsa il debutto RAI della nuova miniserie basata sui romanzi di Gabriella Genisi: un prodotto innocuo, per dimenticare il nostro dolore

 Il mondo delle fiction è un mondo perfetto. Un universo in armonia dominato da un karma che ripristina gli equilibri, premia le buone intenzioni e punisce quelle cattive. Certo, il male è sempre in agguato: omicidi, rapine, violenze sessuali; ma possiamo essere certi che, prima dei titoli di coda, tutti i torti saranno stati raddrizzati dall’intervento semi-divino dei protagonisti di turno.

Uomini nobili, onorevoli o, nel peggiore dei casi, bastardi dal cuore d’oro in cerca di riscatto; oppure donne orgogliose, femminili e sensuali, a volte buffe ma comunque forti ed indipendenti. In questo mondo non esistono orrori come maschilismo, omofobia o razzismo; e se ci sono, vengono velocemente ridicolizzati e vinti dalla forza dei buoni sentimenti.

Ma il mondo reale è ben diverso, come sappiamo tutti. E’ ingiusto, è indifferente, è doloroso, a volte senza un motivo. E il lieto fine spesso non esiste. Allora perché guardiamo questi mondi perfetti attraverso lo schermo? Perché ci rivolgiamo al buonismo intrinseco di queste fiction, pur sapendo che si tratta di illusioni?

La risposta è semplice e banale: perché abbiamo bisogno di sperare. Vogliamo credere che quel mondo artefatto sia possibile, vogliamo che quell’utopia ci culli e ci faccia dimenticare i nostri dolori. Abbiamo bisogno di vedere città bellissime in cui le persone si aggirano senza mascherina, al sole, sorridendo. Perché nelle fiction, il Coronavirus non esiste.

Le indagini di Lolita Lobosco è il nome della nuova dose di ottimismo che la RAI ha deciso di iniettarci; un lavoro semplice, leggero, e per nulla controverso. La protagonista ha il volto e le forme di Luisa Ranieri: affascinante, sensuale, così familiare. E la cornice nella quale si muovono le sue indagini è altrettanto rassicurante: la bella Bari, con il suo mare, la sua luce, e la vitalità dei suoi abitanti.

Lolita Lobosco è un vicequestore, da poco tornata nella sua città natale in seguito ad un trasferimento dal Nord. Qui ritrova le sue radici: la madre Nunzia, cuoca inarrestabile e vedova inconsolabile (una sempre convincente Lunetta Savino); la sorella Carmela, da sempre gelosa di lei (la bella Giulia Fiume); e il suo vecchio amico Antonio, antico spasimante e ora suo attendente (un irresistibile Giovanni Ludeno).

Ma il passato della protagonista è destinato a scontrarsi con il presente quando la vicequestore si trova ad indagare su un caso di stupro che vede accusato il suo grande amore dell’adolescenza, Stefano (un ridicolo Paolo Briguglia). Mentre la scintilla si riaccende fra i due ex-amanti, Lolita dovrà capire se ascoltare il suo cuore o la sua testa, mentre le cose si complicano sempre di più e ci scappa un cadavere.

Si tratta di un buon prodotto? Professionalmente sì, anche se (come quasi tutte le fiction RAI), non ha alcuna ambizione. La regia anonima (e a tratti confusa) di Luca Miniero porta la storia a conclusione senza eccessive sbavature; gli attori di contorno fanno il loro lavoro, alcuni sbracciandosi più degli altri pur di risultare simpatici (quasi insopportabile la scena di canto al porto tra Jacopo Cullin e Camilla Diana); e Luisa Ranieri, pur di sangue napoletano, regge il ruolo della pugliese con competenza.

Non è il caso di fare le pulci ad un lavoro come Le indagini di Lolita Lobosco, perché bisogna vederlo per quello che è: un vaccino contro l’infelicità, una scappatoia dal fuoco di fila delle notizie del TG, una favola sul valore della famiglia, delle istituzioni, e dell’amore. Un prodotto piacevole, solare, sereno, che non vuol essere niente di più.

 Significativa in questo senso la presenza nel cast del simpatico (e dimagritissimo!) Ninni Bruschetta, il mitico “Duccio” di Boris: nella serie di Ciarrapico, Torre e Vendruscolo, era uno dei mattatori che sbeffeggiava le produzioni televisive italiane; qui invece si presta semplicemente con eleganza ad un ruolo sullo stesso palco (quello di una fiction) che ha dissacrato per anni.

Perchè la TV e il Cinema a volte sono semplicemente questo: una meritata tregua per riprendere fiato.

Gabriella Genisi, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

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