Il commissario Ricciardi: a caccia di fantasmi nella Napoli degli anni ’30

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-di Francesco Fiorillo-

Il 25 gennaio ha debuttato in TV il primo episodio della fiction basata sul personaggio di Maurizio De Giovanni: una trasposizione blanda e prevedibile, vittima delle indistruttibili formule Rai.

L’idea di partenza dello scrittore Maurizio De Giovanni è semplice e suggestiva: un commissario della Regia Questura di Napoli, in piena epoca fascista, ha il dono di vedere gli spettri delle vittime di omicidio, e con il loro aiuto riesce a scovare gli assassini e dare pace alle loro anime. Una trovata interessante, soprattutto per la scelta dell’ambientazione: la Napoli degli anni ’30. Un luogo dove il fascino della città convive con il senso di oppressione del regime, creando un’atmosfera rarefatta, quasi sovrannaturale.

Appare quindi logico che le storie del commissario Ricciardi abbiano trovato una prima trasposizione nei fumetti della Sergio Bonelli Editore: quale veicolo migliore per rappresentare storie poliziesche con venature horror, se non la casa editrice che ha lanciato l’indimenticabile Dylan Dog? Anche Ricciardi è una sorta di “indagatore dell’incubo”, alle prese con fantasmi, mostri (più o meno umani) e omicidi.

Dai fumetti alla TV il passo è breve: come già avvenuto con I bastardi di Pizzofalcone (sempre dello stesso autore), anche Il commissario Ricciardi è passato dalla pagina allo schermo: prodotta da Rai Fiction e Clemart e diretta da Alessandro D’Alatri, la fiction dedicata all’investigatore di De Giovanni è approdata il 25 gennaio su Rai 1 con l’episodio “Il senso del dolore”. Le premesse per un buon prodotto c’erano tutte: la collaborazione alla sceneggiatura dello stesso scrittore, la firma di D’Alatri (già autore della trasposizione di successo de I bastardi di Pizzofalcone), l’ambientazione suggestiva; eppure…

Eppure siamo di fronte all’ennesimo commissario in un universo Rai popolato da infiniti poliziotti, carabinieri e brigadieri. Certo, Ricciardi vede i morti, e si muove in una cornice originale, ma non per questo riesce a distinguersi davvero dai suoi colleghi televisivi. Ne “Il senso del dolore” l’elemento sovrannaturale è posto in secondo piano, eclissato dalla solita struttura dell’indagine poliziesca: c’è un cadavere, c’è un indizio da decifrare, c’è un sospettato che si rivelerà innocente, e c’è un assassino nascosto che verrà stanato. Nulla di nuovo sotto al sole, ad eccezione dei due ingredienti che rendono Il commissario Ricciardi davvero originale: la Napoli fascista, e gli spettri.

Se la città partenopea degli anni ’30 è egregiamente resa da ottimi costumi e accurate scenografie (il Real Teatro di San Carlo, nucleo del primo episodio, è davvero meraviglioso), le apparizioni dei fantasmi non risultano altrettanto convincenti. Non che gli effetti speciali (ad opera di Fabio Traversari) siano scadenti, tutt’altro; ma l’estetica tipicamente anni ’80 degli spettri (gli occhi bianchi senza pupille, i corpi trasparenti e la voce distorta ricordano Ghostbusters!) finiscono per stridere con la cornice fortemente realistica dell’ambientazione storica, creando un risultato involontariamente ridicolo.

E poi c’è il problema delle interpretazioni. Per quanto gli attori si impegnino, le loro performance sono piagate dal tipico dictat recitativo delle fiction Rai: volti torvi, sopracciglia aggrottate, frasi fatte, e sovrabbondanza di luoghi comuni. Lino Guanciale, che presta il volto al protagonista, ne è un esempio perfetto: il suo Ricciardi (rigorosamente in impermeabile, come tutti i commissari…) è cupo in maniera eccessiva, tanto da risultare noioso e privo di vitalità. Non va meglio con il resto degli attori, tutti incastrati in ruoli archetipici: come Antonio Milo con il suo brigadiere Maione, classica “spalla” e contraltare del commissario, simpatico e fedele; e Serena Iansiti con la sua Livia Lucani, femme fatale misteriosa e bellissima (come ci ripetono ossessivamente tutti i personaggi che parlano di lei).

Non mancano comunque delle buone prove: per esempio Enrico Iannello e il suo Bruno Modo, anatomopatologo antifascista e unico amico di Ricciardi; Peppe Servillo nel ruolo di Don Pierino Fava, prete amante dell’opera e confidente del protagonista; e Adriano Fallivene e il suo “femminiello” Bambinella, irriverente informatore della polizia. Ma a splendere su tutti, sorprendentemente, è Anna Lucia Pierro nel ruolo di Maddalena, sarta del San Carlo: benché si tratti di una parte minore, l’attrice dà tutta sé stessa in una scena intensa di confessione in cui brilla sui suoi colleghi.

Insomma, Il commissario Ricciardi non convince: è lento, prevedibile, forzato. Ma i numeri ci sono tutti, e non è detto che la serie (ancora al suo primo episodio) non riesca a spiccare il volo, complice l’elegante scrittura di Maurizio De Giovanni. Dopotutto sono ancora molte le trame e le psicologie da svelare. Per scoprire se questa fiction riuscirà a migliorare, non resta che seguire i prossimi episodi, ogni lunedì su Rai 1.

Noi ci riserviamo un cauto pessimismo.

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