Cinema in quarantena: Hungry hearts

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Nel catalogo online della RAI l’ultimo lavoro di Saverio Costanzo, un thriller dei sentimenti come nella miglior tradizione del regista.- di Francesco Fiorillo

Viviamo giorni di grande sospensione. L’epidemia che ci attanaglia congela i nostri progetti e il nostro futuro, ci isola gli uni dagli altri, e ci costringe a rielaborare le nostre vite domestiche. Ma se da una parte questo è un limite, dall’altra è un’opportunità. La condizione in cui ci troviamo può essere un’occasione per riscoprire il nostro mondo interiore: pensare, leggere, e soprattutto guardare film.

In questo la tecnologia ci aiuta: numerose sono le piattaforme online che mettono a disposizione cataloghi di pellicole; e così, servizi come Netflix, Prime Video e RaiPlay possono diventare un modo per portare nelle nostre case i grandi classici del cinema, esplorare titoli sconosciuti o guardare film più recenti. Magari riscoprendo il piacere di farlo in famiglia.

Hungry hearts, l’ultimo lavoro di Saverio Costanzo, è attualmente disponibile sulla piattaforma RAI: tratto dal romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso, il film è stato presentato al Festival di Venezia del 2014, dove ha vinto due Coppe Volpi grazie alle appassionate interpretazioni dei due protagonisti: Adam Driver e Alba Rohrwacher. E di fatto sono proprio i due attori a reggere le sorti della pellicola, un dramma serrato che si stringe alle gole dei due personaggi come un nodo scorsoio.

L’americano Jude (Adam Driver) e l’italiana Mina (Alba Rohrwacher) sono due sconosciuti che il caso fa incontrare nel bagno di un ristorante cinese di New York. Nonostante le circostanze imbarazzanti (sono bloccati nella toilette!), fra loro nasce la scintilla: un filo invisibile li unisce, come se da sempre le loro anime fossero destinate a incrociarsi. Bruciando le tappe, i due cominciano una convivenza in un piccolo appartamento e si sposano; ma dopo l’iniziale entusiasmo, le loro fatali differenze cominciano ad emergere.

Se da una parte Jude è socievole e ingenuo, dall’altra Mina è schiva e sospettosa, una donna ferita e solitaria in lotta contro il mondo. La relazione con il marito è per lei un nido nel quale rifugiarsi, e dal quale escludere tutti, compresa la suocera Anne (una fredda Roberta Maxwell). L’arrivo di un bambino rafforza ancor di più l’isolamento della coppia, perché Mina, dopo un colloquio con una cartomante, si convince che il figlio sia una creatura straordinaria da proteggere: un “bambino indaco”, che nell’immaginario New Age indica una generazione di esseri dotati di capacità sovrannaturali.

La donna, vegetariana e decisa a difendere il bimbo da ogni impurità, prende a nutrirlo solo con frutta e verdura coltivata sul terrazzo di casa, impedendogli di uscire dall’appartamento e di entrare in contatto con altre persone. Ben presto, le conseguenze della sua apprensione si fanno sentire: il piccolo è denutrito e non cresce regolarmente, e la situazione crea una frattura insanabile fra i due genitori, che si trovano a combattere una battaglia domestica per la salvezza del figlio.

Se infatti inizialmente Jude supporta la moglie, gradualmente si rende conto che la paranoia di Mina è una minaccia alla salute del bambino. Prova a parlare con la compagna, ma la donna è irremovibile: lei sa cosa è meglio per il figlio, e lui deve fidarsi. Jude decide allora di contattare un medico di nascosto, e comincia a nutrire il neonato con della carne, approfittando dei pochi momenti in cui è solo. Fra i due coniugi si scatena così una guerra fredda fatta di tradimenti, colpi bassi e agguati, fino al tragico epilogo. La vita del bambino sarà salva, ma a pagarne il prezzo con il sangue sarà il genitore più vulnerabile.

Ancora una volta alle prese con un dramma dell’intimità, Saverio Costanzo si conferma un abile chirurgo delle immagini: la sua regia asciutta ed esatta ci rinchiude all’interno dell’appartamento in cui si consuma la tragedia, ci intrappola fra le sue pareti opprimenti e ci pone nel mezzo di un duello all’ultimo sangue fra due genitori. Lo sguardo del regista è contemporaneamente asettico ed appassionato: non ha interesse a giudicare ma a mostrare, con la massima onestà possibile. Come nelle sue precedenti pellicole, il mondo dei sentimenti umani viene svelato attraverso gli strumenti del thriller e dell’horror, senza scomodare assassini e mostri. Perché ciò che fa paura siamo noi.

Molti sono i punti di contatto con un altro film, il più recente Storia di un matrimonio di Noah Baumbach: anche quest’ultimo parla di una coppia alla deriva, e può vantare la presenza del bravissimo Adam Driver nel ruolo del marito. Ma mentre la pellicola di Baumbach è un’amarissima riflessione sulla fine di un matrimonio, quella di Costanzo è una spietata analisi della genitorialità moderna. Un bimbo è davvero al sicuro fra le braccia della sua mamma e del suo papà? Chi accudisce un figlio è davvero pronto a questa responsabilità? O corre il rischio mettere in pericolo il bambino con le proprie convinzioni o la propria inesperienza?

Una risposta vera e propria non ci viene data, ed è meglio così: ogni famiglia è un mondo a parte, che vive secondo regole che non possiamo giudicare. Ognuno ha la responsabilità delle proprie azioni, e dovrà affrontare le conseguenze delle sue scelte. Tutti noi siamo convinti di perseguire il bene dei nostri cari, come Jude e Mina. Ma al contrario di loro, abbiamo ancora la possibilità di renderci conto dei nostri sbagli.

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