“Notti Splendenti” per Massimo Ranieri al Verdi di Salerno

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Il ritorno dell’artista napoletano in chiave Jazz- di Sergio Del Vecchio-

“Muoiono i poeti, ma non muore la poesia. Perché la poesia è infinita, come la vita”. Con questa dedica all’amico Pino Daniele, fatta attraverso le parole di Aldo Palazzeschi, inizia l’ultima fatica teatrale di Massimo Ranieri, presentata al teatro Verdi di Salerno fino a domenica 13 ottobre.

Malìa – Notti Splendenti – Napoli 1950 . 1960”, il titolo dello spettacolo,  i Greatest Hits della canzone napoletana di quegli anni, potremmo dire. Brani indimenticabili, scolpiti nella memoria di chi ha vissuto le splendenti notti degli anni ’50 e ’60, quelle dei “night”, delle orchestre che suonavano, di quegli autori ed interpreti che hanno fatto la storia della musica, laddove forse l’aggettivo “napoletana” andrebbe inteso come una semplice indicazione geografica.

Stavolta però Massimo rimescola le carte e si presenta in scena in compagnia di un agguerrito quintetto jazz, oltre che della sua voce dalla timbrica inconfondibile. La band è di tutto rispetto: il giovane siciliano Seby Burgio al piano, i milanesi Riccardo Fioravanti al basso e Stefano Bagnoli alla batteria, i fiati affidati al brianzolo Marco Brioschi con la sua tromba e al romano Stefano Di Battista coi suoi sax, tenore e alto.

Il risultato, complici i sapienti arrangiamenti di Mauro Pagani, è una forte rivisitazione delle celebri canzoni napoletane che, pur mantenendo intatta la loro identità e la loro inconfondibile linea melodica, vengono completamente riadattate e vestite di una nuova ritmica, risultando piene di sfumature jazz dal sapore americano, ma anche molto eleganti e raffinate soprattutto quelle più lente e melodiche.

Istrionico, ironico e inossidabile come sempre, Massimo Ranieri, che al Verdi non nasconde di sentirsi a casa propria, governa la scena con consumata abilità e carisma da leader (“Sessantotto!” risponde prontamente alla signora che dalla platea gli urla all’improvviso “Sei grande!”), dettando i tempi dello show e togliendosi anche qualche soddisfazione personale, come ballare in coppia col suo storico maestro di tip tap Giorgio De Bortoli.

Il Pantheon in cui Ranieri ci accompagna durante la serata è un tuffo nella memoria ed un assaggio di eternità: Domenico Modugno (Tu sì ‘na cosa grande, Resta cu’mme, Lazzarella); Roberto Murolo (Anema e core, Malatia, Luna rossa, Na voce na chitarra e oppoco e luna); Renato Carosone (La pansè, Torero, Tu vuò fa l’americano, Chella lla); Peppino di Capri (Nun è peccato, Luna caprese).

Lo spettacolo scorre via fluido. Fra un pezzo e l’altro Massimo si lascia andare ai ricordi con un misto di nostalgia e commozione: il mito dell’isola di Capri negli anni ’60, l’incontro con Roberta Flack, l’indimenticato maestro Sergio Bruni a cui lui, lo scugnizzo del Pallonetto, deve tutto. Infatti fu proprio al seguito del grande cantante che il giovanissimo Gianni Calone (questo il suo vero nome) ebbe modo per la prima volta di respirare l’aria di un grande teatro di Brooklyn e di sognare il suo futuro.

Infine la storia personale: l’inatteso successo del suo brano “Rose rosse”, lato B de “il mio amore resta sempre Teresa”, canzone caduta invece nell’oblìo, e l’improvviso stop dopo l’ultima incisione del 1976 con la sofferta decisione di smettere di cantare, fino al 1988, quando il destino mette gli autori Giampiero Artegiani e Marcello Marrocchi sul suo cammino, con una canzone che l’anno prima, interpretata da Gianni Nazzaro, era stata scartata dalle selezioni del Festival di Sanremo, ma che quell’anno, riarrangiata dal grande Lucio Fabbri, suonata da Sergio Conforti e Paolo Panigada (Elio e le storie tese), convola a nozze con la voce di Massimo Ranieri diventando “Perdere l’amore…quando si fa sera…”.

E il coro del Verdi parte con voce sola…

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