Storie per un amico, Gabriele Dodero si racconta

Settembre 4, 2017 0 Comments Sudigiri 532 Views
Storie per un amico, Gabriele Dodero si racconta

Poco più che trentenne Gabriele Dodero è un giovane musicista e polistrumentista padovano, che da tempo calca i palcoscenici di piccoli e grandi club ma anche di importanti manifestazione per proporre il suo blues e la sua musica. Ad un certo punto matura la consapevolezza che il blues sudato, quello heavy ed elettrico non gli basta più e sente il bisogno di un cambio di passo a favore di una forma espressiva più intima e minimalista che lui concretizza utilizzando semplicemente voce e chitarra.

Il rapporto con un amico scomparso a cui ha dedicato il disco, come si evince dal titolo Stories For a Friend, e con il quale ha condiviso la medesima visione musicale, lo ha portato a prendere la decisione di registrare questo album d’esordio privilegiando proprio la dimensione artistica più intimista e delicata, quella dimensione che gli ha consentito un’apertura gentile verso l’ascoltatore utilizzando parole e musiche di artisti che Gabriele ha imparato ad amare nel tempo come Guy Clarck, Doc Watson, Merle Travis, ma anche attraverso brani della tradizione folk-blues scelti dalla discografia di Mississippi John Hurt, Lightnin Hopkins e Skip James.

Questo disco è un ottimo esordio e rappresenta senza ombra di dubbio un preludio importante per i prossimi dischi di Gabriele Dodero, nei quali avremo la possibilità di ascoltare brani inediti sui quali sta già lavorando. Lo abbiamo intervistato per conoscerlo meglio. Ecco cosa ci ha raccontato di sé e della sua musica.

Nella tua scheda biografica si legge che hai studiato tromba e pianoforte, ma la chitarra sembra essere il tuo strumento.

La chitarra è stato il primo strumento che ho iniziato a suonare da bambino, ed è con me praticamente da sempre. Non l’ho messa da parte neanche durante gli anni in cui studiavo tromba al conservatorio (il pianoforte era uno strumento complementare). In realtà in tanti anni di passione per la musica ho suonato vari strumenti, infatti i miei primissimi concerti quando avevo 14-15 anni, li ho fatti da batterista. L’aver potuto suonare e studiare vari strumenti mi è stato di grande aiuto quando ho deciso di dedicarmi completamente alla chitarra: penso che l’avere approfondito gli aspetti ritmici e armonici su strumenti diversi tra loro, esplorandone i limiti e le possibilità, mi abbia permesso di avere una visione più ampia della musica.

Cosa è per te il blues e come ti sei avvicinato a questo genere musicale?

Il Blues è una musica istintiva, primordiale e autentica. Questa è una cosa che mi ha sempre catturato: è musica “semplice”, nel senso che ti mette subito in contatto con te stesso. Quando da ragazzino ho iniziato ad ascoltare i bluesman, soprattutto John Lee Hooker, Lightnin’ Hopkins, Robert Johnson, mi sembrava che avessero un segreto per riuscire ad essere così ipnotici e affascinanti con così poco, una chitarra e la voce, senza niente intorno. Questo segreto è ciò che cerco di afferrare da sempre, e so che la strada è lunga!

A giudicare dai brani che hai inserito nel tuo disco oltre al blues ti ispiri anche ad altri generi della tradizione.

Non mi è mai piaciuta l’idea di limitare i generi musicali: secondo me, anzi, è liberatorio scoprire dove un genere finisce e ne inizia un altro, e i miei ascolti musicali si sono sempre mossi in questa direzione. Va da sé che quando ho iniziato le registrazioni ho cercato di inserire quelle che sono le mie influenze maggiori, quindi il country, il bluegrass, il blues e lo spiritual. Ho anche cercato in qualche modo di lasciare che i generi si contaminassero tra loro, per esempio per l’arrangiamento di Trouble in Mind mi sono ispirato al country-blues di Lightnin’ Hopkins aggiungendo un tocco gospel all’armonia.

Guy Clark, Doc Watson, Merle Travis e molti altri sono gli autori dei brani inseriti nel tuo disco. Raccontaci come e perché hai scelto quei brani e quegli autori.

Guy Clark è sicuramente l’autore a cui sono più affezionato: ha la forza espressiva di un poeta, e la capacità, come un pittore, di dipingere attorno a chi ascolta la storia che racconta. Nei suoi testi trovo sempre qualcosa di me, della mia vita, e si può dire che la sua The Cape sia stata la spinta a iniziare a registrare.

Don Edwards è chiamato “the last of the troubadors”, l’ultimo cantastorie, e non poteva esserci soprannome più indicato: in Coyotes fa letteralmente sentire all’ascoltatore il profumo delle praterie e la natura selvaggia della vecchia America, fatta di cow boy e indiani, bufali e lupi. Racconta la storia di un vecchio cow boy che ha vissuto tutto questo e che rifiuta di vedere il suo mondo tramontare, e un giorno decide di sparire, chissà, forse per tornare nel mondo a cui appartiene. Questo è un pezzo a cui tengo molto, perchè alla fine parla dell’idea di non riconoscersi in un luogo, dell’andare via per cercare una propria dimensione di appartenenza, e sono due pensieri che non mi sono proprio estranei…

Doc Watson e Merle Travis, sono maestri indiscussi del fingerpicking, e dei veri e propri classici del bluegrass. I dischi di Doc Watson in particolare sono stati e sono tutt’ora (e lo saranno per sempre!) la mia scuola di chitarra acustica.

Un brano del cd a cui sono particolarmente legato è Feelin’ Good di Nina Simone: inizialmente ero un po’ incerto se inserirlo o no nel cd, per via della differenza di genere e di provenienza che ha rispetto agli altri pezzi; ma il messaggio di rinascita che porta con sé è talmente forte e legato in realtà a uno dei temi portanti del disco, che ho deciso di includerlo.

Non ti voglio chiedere cose sulla persona che ti ha ispirato questo disco, per non rischiare di sembrarti invadente, ma sarebbe interessante sapere cosa ascoltavate insieme e quale era la visione comune che avevate della musica.

Era un grande collezionista e appassionato di vinili, quindi grazie a lui ho potuto ascoltare registrazioni preziose. Ascoltavamo la musica di Lightnin’ Hopkins, Buddy Miles, i Funkadelic, una volta mi ha fatto ascoltare un vinile rarissimo di Eddie Boyd! Anche lui non era un tipo da “paletti” o limitazioni: passava dai Led Zeppelin a Marvin Gaye, e dai Jethro Tull a Miles Davis in tutta libertà. Ecco penso che libertà sia la parola che userei per descrivere la sua visione della musica, ed è la cosa che più mi manca.

Oggi cosa ascolti quando non suoni la tua musica?

Difficile rispondere a questa domanda! Ovviamente la musica afroamericana e quella tradizionale americana sono quelle che ascolto di più, quindi folk, blues, jazz, funky, soul, r’n’b, hip hop, country, bluegras… ascolto anche tanta musica classica. Poi mi lascio molto guidare dalla curiosità: ad esempio ultimamente mi sono appassionato alla musica araba, nella quale, anche se sembra strano, trovo tante più relazioni col blues di quanto non si potrebbe pensare. In generale comunque cerco di conoscere e ascoltare quanta più musica possibile.

Come sono oggi i tuoi concerti? Ti esibisci ancora nel blues elettrico e sudato come lo definisci tu o sei più propenso per un’esibizione minimalista?

Dopo anni di esibizioni in elettrico, tre anni fa ho sentito l’esigenza di togliere tutto e tenere solo l’essenziale: voce e chitarra. Sicuramente i generi che suono si prestano bene ad essere interpretati in vari modi, quindi in futuro potrei ampliare le sonorità aggiungendo altri strumenti; in questo momento porto avanti questa idea di uno stile minimale e intimo, e mi sento più vicino a me stesso così.

È stato complicato realizzare il tuo disco d’esordio? Cosa suggeriresti a chi legge e intende percorrere una strada analoga?

La realizzazione del disco mi ha tenuto impegnato per circa due anni… tantissimo! A quel tempo avevo deciso che se mi imbarcavo in questa impresa lo dovevo fare con consapevolezza e preparazione, cercando di superare i miei limiti. In ogni caso, al di là del tempo impiegato, non la definirei una realizzazione complicata: a questo progetto tenevo talmente tanto che ogni volta che si presentava una difficoltà mi trovava determinato a risolverla. Diciamo che l’entusiasmo era più alto delle barriere. Non so se mi sento in grado di consigliare chi vuole registrare un disco: l’unica cosa che mi sento di dire è che è un passaggio fondamentale e delicato nella vita artistica di un musicista, e come tale va trattato. È importante avere le idee chiare su cosa si vuole trasmettere e sulle motivazioni che spingono a farlo, curando ogni aspetto nei dettagli.

Stai lavorando al nuovo disco? Sarà diverso da Stories? Ci saranno inediti?

Con “Stories For A Friend” ho usato i testi di altri autori per raccontare qualcosa di me: adesso, pian piano, stanno arrivando delle parole, quindi ho iniziato a scrivere dei pezzi. Ancora non so cosa ne verrà fuori e come si evolveranno: cercherò di assecondare queste parole e la loro musica, seguendo la strada in cui mi porteranno.

Dove sarà possibile trovare il tuo disco e come hai deciso di gestire l’aspetto della vendita e della distribuzione.

Il disco è in vendita presso il negozio “Il 23 Dischi” di Padova, oppure tramite il sito www.gabrieledodero.com, e ovviamente ai miei concerti!

Prossimi concerti?

Sto pianificando la nuova stagione, il prossimo appuntamento è al Raduno Blues Made in Italy il 7 ottobre a Cerea. Ci tengo molto a presentare il mio lavoro all’interno di questa rassegna: al BMI devo molto, perché mi ha permesso, negli anni, di entrare in contatto con tante realtà belle e interessanti e di conoscere tanti musicisti che ora considero veri amici.

Grazie per il tempo che hai dedicato a questa intervista, speriamo di poterti ascoltare presto dal vivo in Campania e magari a Salerno

Grazie per lo spazio che mi avete dedicato, un grande saluto.

Nicola Olivieri

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