Ciao Peter

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Facciamo fatica ad immaginare che gli artisti invecchino come tutto il resto del mondo. Restano, nel nostro immaginario, sempre uguali a se stessi, sempre giovani, sempre al culmine di quel successo che li ha resi famosi. Ma non è cosi. Oggi ricevo la notizia di una morte che mi addolora forse più di tante altre. Peter Green, cantautore e chitarrista di grande talento, fondatore dei mitici Fleetwood Mac, se ne è andato nel sonno, a 73 anni. Morire nel sonno è privilegio di pochi fortunati ed ho sempre pensato che fosse scritto nel destino delle persone giuste. Peter Green, parlo dell’artista ovviamente, era una di quelle persone.

Prima di fondare il suo gruppo, i Fleetwood Mac appunto, nel 1966, fu chitarrista dei Bluesbreakers di John Mayall, inizialmente come sostituto di Eric Clapton (immaginate che tempi erano quelli sul finire dei ’60 in Inghilterra) poi stabilmente, nel senso che con Mayall non è stato molto ma abbastanza per registrare l’album Hard Road.
Nel 1967, cioè un anno dopo lasciò i Bluesbreaker e mise su i Fleetwwod Mac, la cui prima incarnazione fu quella di una rock-blues band, fortemente rappresentativa del cosiddetto British Blues. Solo più tardi, quando Peter Green non faceva più parte del gruppo, cominciò a produrre altro, musica più easy, ma non per questo meno bella. Basti pensare all’album Rumours, entrato nella storia della musica pop-rock come uno dei dischi più venduti di sempre.
Ma torniamo a Peter, la cui vita sarà segnata da un infausto destino. I suoi Fleetwood Mac ebbero subito un grande successo, e tale successo pesò non poco su Peter, il quale non riuscì a gestirlo ed iniziò ad abusare di LSD fino ad avere problemi psichici così seri da dover essere allontanato dal gruppo. Allucinazioni e paranoia sfociarono presto in vere e proprie crisi di schizofrenia al punto che nel 1977 fu ricoverato per un lungo tempo in un ospedale psichiatrico.
Passato quel terribile periodo, Peter Green tornò nel circuito musicale in punta di piedi, con piccole partecipazione o come session man di studio. Solo negli anni novanta mise su un nuovo gruppo, Peter Green Splinter Group, con il quali incide otto dischi. Nessuno memorabile! Ma ciò non toglie nulla alla grandezza di questo indimenticabile artista, perché ciò che ha dato alla storia del rock e del blues, soprattutto agli inizi della sua carriera, basta per una vita intera ed è sufficiente per farlo ricordare come il grande artista che è stato.
Il suo stile, sviluppato su una chitarra Gibson Les Paul del 1959 (passata successivamente nelle mani di un altro grande chitarrista blues come Gary Moore) ha influenzato moltissimo musicisti rock, i quali lo considerano, a piena ragione, come uno degli artisti blues più influenti di sempre.
In chiusura e per lasciare nei lettori più giovani un’idea corretta di chi fosse Peter Green voglio ricordare che lui fu l’autore, tra gli altri, di un brano famosissimo, Black Magic Woman, pubblicato inizialmente nel 1968 come singolo dei Fleetwood Mac, ma portato al successo mondiale, nel 1970, da Santana, Il quale con la sua versione rock-latino lo ha trasformato in un vero e proprio classico.
Buon viaggio Peter, che la terra ti sia lieve.
Nicola Olivieri

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