BeQuiet! Parla Giovanni Block

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Da alcuni mesi mi ronzava nella testa l’idea di intervistare Giovanni Block, raffinato ed elegante cantautore napoletano, definito da Piero Cesanelli, direttore di Musicultura Festival, “l’erede della vera canzone d’autore Italiana”. Con due ottimi dischi al suo attivo, Giovanni Block è un artista impegnato in una serie di attività che lo vedono protagonista  come insegnante di drammaturgia musicale all’Accademia del Teatro Bellini di Napoli, direttore artistico del Premio Ugo Calise, ma soprattutto è colui che ha voluto fortemente il BeQuiet, laboratorio musicale napoletano dove gli artisti possono esibirsi e confrontarsi con altri artisti e con gli appassionati in modo diretto e senza filtri.

Non ho mai incontrato Giovanni Block di persona prima di questa intervista e ho chiesto ad Umberto Mancini,  fotografo che i lettori di Salernonews24 conoscono bene perché cura la rubrica Il Terzoocchio, di farmi da gancio, avendolo  già fotografato per il suo libro In Rosso. Detto fatto e… finalmente incontro Giovanni Block in una calda giornata di fine giugno davanti ad un caffè nel centro storico di Napoli. Trascorriamo un po’ di tempo insieme parlando dei suoi dischi, delle sue iniziative, del BeQuiet, e soprattutto parlando di musica.

Sei più un cantautore o più un musicista?

Prima o poi farò una richiesta ufficiale all’Accademia della Crusca per farmi approvare il termine “cantacompositore”. Immagino che mi faranno un po’ di problemi… (ride). La definizione di “cantacompositore” è una visione nuova. Oggi con i mezzi tecnologici a disposizione  si riesce ad avere un’idea compiuta di arrangiamento e orchestrazione,  soprattutto se hai studiato musica.  Quindi chi scrive canzoni può immaginare la dimensione orizzontale della musica con la linea melodica, e la dimensione verticale, con orchestrazione, arrangiamento, composizione, movimenti e contrappunti. “Cantacompositore” è, per esempio, Lucio Dalla, uno che ha le idee chiare e sa esattamente cosa deve fare la musica sotto il suo testo.  “Cantacompositore” è anche Franco Battiato. Non posso dire lo stesso di Fabrizio De Andrè, che è un grande poeta, ma si affida, nei suoi dischi più intensi, agli arrangiamenti  di Piovani o della PFM. Tornando alla tua domanda,  mi definisco “cantacompositore”, perché quando scrivo una canzone ho le idee chiare su cosa voglio e come deve essere scritta e orchestrata.

Passi dal  tuo primo disco, raffinato, cantato in italiano e contaminato tra le altre cose da sonorità jazz, al secondo lavoro di tutt’altra natura. Cantato in napoletano e con lo sguardo lungo rivolto verso sonorità reggae e latine.

Sono un esploratore e mi piace navigare in tutti gli universi sonori. Magari , con il terzo disco, finirò per approdare verso la musica elettronica, chi può dirlo. Mi piace avere la libertà di utilizzare tutti i linguaggi musicali mantenendo,  però, una forte identità testuale e lirica. La mia riconoscibilità non è la riconoscibilità della voce, del canto o del sound. Questo concetto di riconoscibilità appartiene alla macchina industriale, quella delle major, perché in questo modo il prodotto è più vendibile in quanto più facilmente riconoscibile. Io voglio essere libero da questi legami. Chi mi ama mi seguirà indipendentemente da questo tipo di riconoscibilità. Ripeto sono un esploratore che ama muoversi liberamente in mondi lontanissimi nei quali innestare i miei testi.

Del primo, Un posto ideale, mi sono piaciuti…

La neve che accadrà e La mentalità, giusto?

Si per il primo brano, no per il secondo. Preferisco  Notte del cantautore.

Ti dico subito che quel disco lo disconosco quasi tutto! (ride).  A parte gli scherzi, il paese del vinello non lo riscriverei mai più, Lo sguardo lo butterei. Di quel disco salvo La neve che accadrà, la mentalità, la moda del ritorno, Piccolo cuore malato ma qui siamo al limite e La nuova felicità. Il resto non lo salvo e lo considero come un errore di gioventù. Avevo 22 anni, oggi se provassi a riscriverle non avrei l’intensità di allora, e quindi mi dico “ma come ho fatto…?”

E del secondo disco, SPOT (senza perdere ‘o tiempo), cosa mi dici?

Questo lo considero un buon lavoro. Coerente, o più esattamente ha la coerenza dell’età adulta.

…e come mai hai scelto di cantarlo in napoletano?

Perché volevo far parte di quella che è stata la rinascita della lingua. Ho voluto mostrare come intendo io la canzone napoletana. Un disco nato da una esigenza… “bassa”, come si faceva nei Cafè dell’epoca.  Non so se continuerò a cantare in napoletano. Probabilmente questo è stato il mio primo e forse ultimo esperimento in tal senso. In futuro nasceranno in me altre esigenze che condizioneranno la mia musica. In ogni caso questo secondo disco mi ha dato più soddisfazioni del primo, per esempio con una candidatura al premio Tenco come migliore canzone.

Dunque cantautore e anche un musicista e le due cose riesci a farle convivere

Esattamente. Negli ultimi cinque anni il cantautore è diventato solo una parte di me. Ho capito che questo occidente, questo mondo ci spinge ad essere solo una cosa per volta, ma non è la realtà dei fatti. Io amo essere anche scrittore di musiche per il teatro, autore di arrangiamenti di brani altrui, speaker radiofonico. Chi lo dice che dobbiamo essere solo una cosa.

Parlaci del tuo rapporto con il teatro

Ho sempre amato esibirmi in teatro. Da tempi non sospetto sostengo che bisogna riappropriarsi dei luoghi giusti per la musica. Non è possibile suonare in un pub , con tutto il rispetto per i pub sia chiaro, mentre le persone mangiano e bevono. Assumiamo un tono europeo e nord europeo facendo nostre le loro buone abitudini come andare prima al concerto in teatro e poi tutti insieme a mangiare e a bere in qualche pub. Qui si aspettano le 23,30 e si inizia il concerto mentre il pubblico continua a mangiare. Insomma ho sempre cercato di mettere ordine in questo senso e lo dico spesso anche agli altri. Forse è giusto trovare un luogo dove le persone pagano un biglietto per assistere ad un concerto,  ascoltando la musica con attenzione e seduta comodamente. Il mio rapporto con il teatro è un rapporto di assoluta necessità. Ovviamente amo il teatro anche a livello di tradizione, ho studiato tanto storia del teatro musicale. Attualmente insegno drammaturgia musicale all’Accademia del Teatro Bellini di Napoli e sempre al Bellini lavoriamo con il BeQuiet. Cerco di creare questo filone di pensiero in Campania, cercando di portare artisti nei luoghi della musica come teatri ed auditori, cioè luoghi giusti per la musica.

Che differenza c’è tra fare il cantautore con la sola finalità di registrare dischi e scrivere musica pensando ad un’opera teatrale.

Personalmente oggi mi sento molto soddisfatto quando lavoro nell’oscurità di un teatro e nel suo backstage. L’esperienza di scrivere musica per uno spettacolo la vivo con molta più passione e soddisfazione. Una soddisfazione che deriva dalla destrutturazione dell’”ego” e anche del “se”. Oggi c’è troppo egocentrismo, ed è nocivo all’interno del processo creativo, quindi, sentirsi parte di qualcosa in cui non sei indispensabile, a differenza di quanto accade per tuo concerto, alimenta l’esigenza di migliorarti. Ovviamente per fare questo ci vuole la necessaria preparazione musicale. Quindi, ragazzi, studiate!

Fra le tante cose sei anche un talent scout.

Ho sempre apprezzato il bello degli altri, perché ho vissuto sulla mia pelle il fatto che hanno sempre provato a disprezzare il mio talento da quando ho iniziato a fare musica. Invece di ricevere aiuto ho sempre preso grandi cazzotti. Ho vissuto il mio talento anche con grande timore e spesso mi dicevo “questa cosa è meglio non farla perché forse do fastidio a qualcuno”. Venivo sempre frenato in qualche modo. Io non mi comporto cosi con gli altri. Ti faccio qualche esempio. Alessio Arena, è un mio amico cantautore conosciuto qualche anno fa, io passo il tempo a dire agli altri quanto è bravo Alessio Arena. Oppure Ciro Tuzzi degli Epo, sicuramente una delle migliori penne che abbiamo a Napoli. Un grande poeta. A questo punto mi sono detto “bisogna fare qualcosa, perché così non va” e allora ho creato il BeQuiet, un luogo dove si riuniscono tutti questi talenti e chi li ascolta può dire liberamente se è bravo o fa schifo attraverso un confronto vero e autentico. Guccini e De Andrè si scannavano sulle tavole del Tenco. Perché non farlo anche qui da noi, con un vero e proprio laboratorio?

Parlaci più dettagliatamente del  BeQuiet?

Nato sotto le cantine come palco libero cinque anni fa, abbiamo avuto modo di ascoltare centinaia di artisti che si sono esibiti con due pezzi a testa, spesso fino alle 6 del mattino. Piano piano ci siamo spostati verso locali un po’ più grandi, poi abbiamo ricevuto l’invito del Teatro Bellini e il BeQuiet è diventato una serata teatrale. Ora ogni anno siamo in cartellone con artisti sempre diversi anno dopo anno. Nel frattempo, dal BeQuiet è nato anche un festival, in Molise, e poi un programma radiofonico su Radio CRC. Poi è nata anche l’Associazione culturale e tramite la Polosud Records, riusciamo anche a produrre dischi. Per esempio Momo, una bravissima cantautrice, è venuta a Napoli per  fare un suo disco, proprio perché ha intercettato questa grande tensione sulla canzone d’autore e ha deciso di lavorare con la Polosud e con BeQuiet. Insomma stiamo mettendo insieme i pezzi per creare una vera struttura al sud che abbia tutte le caratteristiche di una major, ma senza i condizionamenti e le influenze produttive delle major. È Un grande sogno quello di avere una major al Sud che produce musica libera e proiettata al futuro. Secondo me l’asse musicale del futuro è India, Cina, e Oriente. Gli archi orientali, i fiati indiani, sono quelle le sonorità del futuro, invece c’è ancora attenzione verso sonorità americane e inglesi. Nell’era della globalizzazione bisogna attingere da un serbatoio totalizzante.

Hai ricevuto diversi premi, a quale sei più legato?

A livello emotivo Musicultura. È stata una scalata, parti in mille arrivi in otto. Che fatica…

Progetti futuri?

Darò una mano ad alcuni amici di Procida per un festival, poi c’è il Premio Calise alla sua quarta edizione che si terrà il 14-15 e 16 luglio 2017. Abbiamo chiuso il disco di Momo e sto per cominciare la produzione artistica del disco di Adele Tirant. In tutto questo ho iniziato a scrivere il materiale per il mio terzo disco, ma non ho idea di quando lo farò.  Continuerò ad insegnare al Teatro Bellini, e stiamo immaginando di produrre una cosa un po’ più grande della quale non ti svelo nulla, ma ti dirò tutto al momento giusto.

Segnalaci qualche nome da seguire

Oltre a quelli già citati, ti segnalo Marco D’Anna, che ha scritto un disco di livello nazionale, bellissimo e Fabiana Martone,  per la quale stiamo iniziando ad immaginare un progetto per quella che è senza dubbio la voce più bella che in questo momento abbiamo a Napoli. Lei sarà la punta di diamante di un disco in cui tutti gli autori del BeQuiet collaboreranno come autori per una interprete.

Grazie per il tempo che mi hai dedicato.

Nicola Olivieri

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