Roma città aperta: non è difficile morir bene, ma viver bene

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-di Francesco Fiorillo-

In occasione della Festa della Liberazione, ricordiamo il capolavoro di Rossellini e quell’ultima scena, umana e disumana al tempo stesso.

E’ surreale, oggi come oggi, sentir parlare di una guerra in Ucraina. Perché il fischio dei proiettili e il fuoco delle bombe, credevamo di esserceli lasciati alle spalle. Certo, i conflitti armati sono sempre esistiti e continueranno ad esistere; ma dopo la Seconda Guerra Mondiale, proprio non ci aspettavamo di vedere campi di battaglia così vicini alle nostre case.

Le guerre sembrano sempre lontane: riprese da telecamere traballanti nei telegiornali, impresse nell’inchiostro dei nostri quotidiani o trasmesse da voci gracchianti dalle nostre radio, danno la falsa impressione di essere echi remoti, qualcosa che probabilmente neppure ci riguarda.

Eppure il nostro Paese la guerra la conosce bene: c’è stato un tempo in cui la morte e la distruzione non erano affatto lontani. Appena 77 anni fa, i partigiani e i loro sostenitori combattevano le forze occupanti nazifasciste proprio nelle stesse strade che oggi percorriamo con noncuranza. Ma siamo umani, e viviamo in una società materialista: dimenticare è facile.

Per fortuna c’è il Cinema: a ricordare chi siamo, ma soprattutto cosa siamo stati. Quando Roberto Rossellini concepì Roma città aperta nel 1944 (mentre la guerra era ancora in corso) assieme agli sceneggiatori Sergio Amidei e Alberto Consiglio, il suo intento era proprio quello di creare una testimonianza di quello che stava accadendo, che potesse imprimersi nella memoria collettiva.

Inizialmente il film doveva intitolarsi Storie di ieri, ed essere un documentario sulla vita di don Giuseppe Morosini, ucciso dai nazisti nel 1944. Con l’ingresso di Federico Fellini nel team di sceneggiatori però, la pellicola assunse una nuova identità: si aggiunsero personaggi e storie secondarie, e nacque così una delle prime e più celebri opere del neorealismo cinematografico italiano.

In Roma città aperta c’è un’Italia che abbiamo dimenticato: un Paese ferito, prigioniero, quasi privo di speranza. Eppure, in tutta questa morte, delle figure nobili e orgogliose combattono per difendere la loro umanità dagli oppressori nazifascisti e dai loro collaboratori. Purtroppo, come molti eroi italiani, queste persone sono destinate a diventare martiri: ma è proprio il loro trapasso a dare l’esempio agli altri, accendendo una luce di speranza nel buio più fitto.

Indimenticabile in questo senso il personaggio di don Pietro Pellegrini, interpretato dal grandissimo Aldo Fabrizi. Questa figura (ispirata sia al già citato don Morosini che a don Pietro Pappagallo, vittima dell’eccidio delle Fosse Ardeatine) appare il fulcro del film: un parroco locale che offre aiuto ai perseguitati politici e fa da staffetta ai partigiani; un uomo coraggioso, ma al tempo stesso umile, che affronta il pericolo semplicemente perché la sua vocazione è quella di fare del bene.

Nell’ultima scena del film, don Pietro, catturato dai tedeschi, viene condotto al Forte Bravetta per essere fucilato. Il parroco scende dalla camionetta con grande dignità, non mostrando paura, ma solo dolore. Consegna il suo cappello da prete ad un soldato con un surreale “grazie”, come se si trattasse della cosa più normale del mondo. Poi si avvia verso il punto dove avverrà l’esecuzione, scortato da un altro prete che lo esorta sussurrandogli «Venga, coraggio».

Don Pietro sorride, e con voce calma risponde «Oh, non è difficile morire bene…difficile è vivere bene». Il parroco raggiunge una sedia posta nel mezzo di un prato, dove viene legato. Il plotone di esecuzione si prepara a sparare, quando un gruppo di ragazzini arriva al di là della rete che recinge il Forte. Sono i bambini della parrocchia di don Pietro, che cominciano a fischiare per farsi riconoscere.

Il parroco solleva il volto e li guarda intensamente, mentre i soldati alle sue spalle ricevono l’ordine di sparare. Ma la loro umanità è più forte della cieca obbedienza, e così i fucili sono puntati verso il basso e scaricati in terra. L’ufficiale tedesco è infuriato per l’insubordinazione, e continua ad urlare inutilmente ai suoi uomini «Feuer! (Fuoco!)».

Don Pietro alza il viso al cielo, e prega intensamente, mormorando «Dio, perdona loro, che non sanno quello che fanno…», un attimo prima che l’ufficiale tedesco, estratta la pistola dalla fondina, gli spari alla testa, uccidendolo. Si abbatte il silenzio. Mentre i soldati sciolgono le corde che legano il corpo del prete alla sedia, i bambini si allontanano sconsolati, con il panorama di Roma sullo sfondo.

Il finale del film appare come una sconfitta, eppure non è così. Don Pietro muore, è vero, ma anche in un momento così disperato la dignità umana continua ad esistere: nella fierezza del prete, nella disubbidienza del plotone di esecuzione che cerca di salvargli la vita, e nei fischi dei ragazzi della parrocchia che gli rendono omaggio. Gli uomini muoiono, ma la speranza no: di lì a poco, gli Alleati arriveranno alla capitale e porranno fine all’occupazione.

Non dimentichiamo chi siamo stati, altrimenti non sapremo mai chi potremo essere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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