Parasite: il nuovo Cinema possibile

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Nelle sale il film di Bong Joon-ho, Oscar 2020 come Miglior Film Internazionale: una spietata satira umana che stravolge le regole del cinema americano-di Francesco Fiorillo-

Il modello hollywoodiano è una trappola. Da anni i suoi cliché narrativi e i suoi personaggi archetipici ci affascinano, ci attirano nel buio delle sale per incantarci e distrarci; ma intorpidiscono la nostra fantasia, rendendoci schiavi di sogni prefabbricati. È davvero questo l’unico Cinema possibile? No, certo, ma lo stiamo dimenticando. La narrazione cinematografica ha delle regole: ma, come in ogni forma d’arte, queste regole sono fatte per essere infrante.

Ecco perché il trionfo di Parasite alla cerimonia degli Oscar 2020 ha un valore così speciale: per la prima volta, proprio nel sancta sanctorum di Hollywood, ad emergere è un film nuovo, anomalo, originale. Una pellicola che sovverte le regole di genere, perché genere non ha; che cambia continuamente, alterna registri emotivi profondamente diversi, sorprende con improvvisi colpi di scena. Come un sogno, non deve rispondere ad aspettative o paradigmi.

A cambiare le regole del gioco è ovviamente un autore straniero, ed è logico: per modificare la prospettiva, bisogna pensare in modo diverso; è necessario che dietro la macchina da presa ci sia una mente culturalmente libera dai vincoli occidentali ai quali siamo assoggettati, ma che al tempo stesso li conosca bene. Il regista Bong Joon-ho è perfetto: viene dalla Corea del Sud, ma sono anni che frequenta il cinema americano; ha una creatività del tutto nuova, ma ha già realizzato opere in lingua inglese e coproduzioni internazionali (Snowpiercer, Okja).

 

Insomma, il regista sudcoreano sa come operano i nostri meccanismi di aspettativa, e per questo è in grado di stravolgerli ad ogni passo. Il suo film, proprio come un parassita, si annida nel cuore della mecca del cinema, se ne nutre, e la divora dall’interno. Il risultato è una pellicola dalle molte anime (come d’altronde tutte le altre opere di Bong Joon-ho): se all’inizio si finge una commedia satirica, ben presto diventa un thriller, per poi assumere venature horror e sfociare nella tragedia. Un’altalena di emozioni che ci accompagna per tutto il film, e che spinge la storia (apparentemente semplice) in direzioni sempre nuove.

La famiglia Kim, composta da padre, madre e due figli adolescenti, vive di stenti in un lurido seminterrato. È una famiglia povera, ma ha imparato a sopravvivere grattando la superficie della città che li sovrasta: tra umili lavoretti, espedienti, e password del Wi-Fi rubate ai vicini, vive una vita tutto sommato normale. I Kim colpiscono subito per la loro umanità e dignità: lo sguardo mite del capofamiglia Ki-taek (un fantastico Song Kang-ho, attore feticcio del regista), il pragmatismo della moglie Chung-sook, le menti brillanti del giovane Ki-woo e della sorella Ki-jeong.

La grande occasione per la famiglia arriva quando un amico di Ki-woo gli propone di fingersi uno studente universitario per impartire lezioni di inglese alla figlia del ricco signor Park. Il ragazzo accetta, e quando varca la soglia della lussuosa villa dove vive la sua allieva, si trova di fronte ad un mondo completamente nuovo: una realtà sonnolenta e rarefatta, in cui regnano pulizia, ordine e bellezza. I Park non conoscono povertà o fame: il benessere in cui vivono li ha anestetizzati, rendendoli sprovveduti ed inconsapevoli della sofferenza che infesta il mondo esterno. Eccezionale in questo senso la figura della signora Park, una donna di buon cuore ma suggestionabile al limite dell’idiozia, convinta che il figlio più piccolo Da-song sia un genio solo perché imbratta delle tele.

Ben presto, Ki-woo capisce che può sfruttare l’ingenuità dei suoi datori di lavoro: con una serie di astuti stratagemmi, riesce a far assumere dai Park anche gli altri membri della sua famiglia, nascondendo la loro vera identità. Uno dopo l’altro, i parenti del ragazzo si insinuano nella villa, nascosti ma in bella vista: la sorella Ki-jeong diventa l’insegnante d’arte di Da-song, la madre Chung-sook la nuova governante della casa, e il padre Ki-taek l’autista del signor Park. Come parassiti, i Kim colonizzano silenziosamente questo nuovo spazio, fantasticando un giorno di soppiantarne del tutto i legittimi proprietari.

Ma le cose cambiano radicalmente quando la famiglia scopre che la villa nasconde un altro parassita: Geun-sae, il marito della ex governante, un uomo nascosto da anni nei sotterranei della casa per sfuggire ai suoi creditori. La rivelazione scatenerà una battaglia per la sopravvivenza fra gli intrusi, che culminerà in un finale beffardo e sanguinoso, in cui tutti dovranno affrontare le proprie colpe, compresi i Park. Una lotta di classe che diventa fisica, dalla quale non emergeranno vincitori, ma soltanto vinti.

Questo è un Cinema nuovo. Fatto di trame originali, di momenti imprevedibili. Un Cinema che non ha intenti pedagogici. Bong Joon-ho è libero dalle regole, e non ci impone una morale. Non ci sono buoni o cattivi. E i coltelli che si abbattono sugli innocenti non vengono fermati all’ultimo momento da un deus ex machina. Tutti i personaggi sono ugualmente eroi e carnefici: semplicemente, fatalmente, esseri umani.

Il regista sudcoreano trionfa ad Hollywood mettendo il cinema americano di fronte alle sue colpe: è ora di passare oltre, di esplorare nuove strade, di demolire gli schemi. Usando cuore e cervello.

Quando un film è in grado di ferirci e sanarci allo stesso tempo, allora siamo di fronte ad un capolavoro.

 

 

 

 

 

 

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