La scuola cattolica e la banalità del male

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-di Francesco Fiorillo-

Nelle sale riaperte al pubblico il film di Stefano Mordini, presentato in anteprima a Venezia: una pellicola incapace di gestire la profondità dei suoi stessi contenuti.

Niente può eguagliare l’emozione di tornare al cinema. Rimanere di nuovo affascinati dai poster dei film in programmazione all’ingresso, così carichi di promesse; avventurarsi per i corridoi in cerca della propria sala, stringendo in mano il biglietto con la devozione di un pellegrino; sedersi al proprio posto, circondati dal brusio eccitato degli altri spettatori, in attesa che la magia cominci.

E puoi il buio, lo schermo che ti abbaglia e ti accoglie ancora una volta in un sogno ad occhi aperti per portarti lontano.

O molto vicino, a tu per tu con i tuoi desideri e le tue paure. Perché a volte un film non è solo una fantasia, ma un ricordo collettivo: gioioso e commovente, quando racconta la vita straordinaria di celebrità che hanno arricchito il mondo con il loro genio; spaventoso e agghiacciante quando rievoca dal passato l’orrore di fatti di cronaca violenti e incomprensibili.

La scuola cattolica di Stefano Mordini è il ricordo di un evento terribile, una cicatrice che ancora sfregia il nostro immaginario e tormenta la nostra coscienza. Il massacro del Circeo negli anni ’70 fu sì un delitto, ma anche un campanello d’allarme: il male poteva nascondersi anche nei luoghi più impensabili. Dietro i sorrisi e i vestiti eleganti di ragazzi di buona famiglia, o persino fra le aule di un istituto privato di stampo cattolico.

Come l’omonimo libro di Edoardo Albinati da cui è tratto, il film non cede al facile impulso di concentrarsi sui fatidici giorni di sangue fra il 29 e il 30 settembre del 1975: piuttosto, cerca di mostrarne il contesto culturale e le figure di contorno, nel tentativo di darne una chiave di lettura. I protagonisti della pellicola non sono i carnefici Andrea Ghira, Angelo Izzo e Gianni Guido, ma i loro compagni di classe, i loro genitori, i loro fratelli. Figure alla deriva in un’Italia che, se pur dominata dalla chiesa cattolica, non riesce a fornire una bussola morale ai suoi cittadini.

La voce narrante del giovane Edoardo (un dignitoso Emanuele Maria Di Stefano), studente in una scuola privata cattolica, ci schiude le porte di questo mondo. E lo fa con uno sguardo freddo, distaccato, osservando e giudicando in modo impietoso i propri compagni, con i loro sogni infranti e il rapporto disastroso con i genitori. Nessuno si salva in questa analisi, perché sono tutti irrimediabilmente spezzati.

C’è il timido Salvatore Izzo, introverso ed eclissato dal più smaliziato fratello maggiore Angelo. C’è il folle “Pik” (uno spassosissimo e inquietante Alessandro Cantalini), eterno bambino legato morbosamente alla madre, una ex-attrice che va a letto con un compagno di classe del figlio (quasi irriconoscibile Jasmine Trinca, ormai donna e attrice matura). C’è il geniale Carlo Albus, figlio di un professore universitario che nasconde la sua omosessualità alla moglie (un’ingiustificata Valeria Golino). C’è Gioacchino, figlio di una famiglia di bigotti. C’è Gianni Guido, vittima di un padre inflessibile e violento (un Riccardo Scamarcio imbolsito anche nella recitazione).

Tutti ragazzi adolescenti, alle prese con le prime pulsioni sessuali; ma, proprio in questo momento così delicato, del tutto privi di una guida. I padri e le madri, già perseguitati dai loro problemi personali, non sono in grado di ascoltarli e capirli, né tanto meno di trasmettergli valori. L’educazione cattolica imposta ai figli, inflessibile e priva di empatia, finisce per sostituire il rapporto personale: la devianza viene punita senza giustificazioni, la ribellione repressa senza dialogo.

Quando però alla morale si sostituisce la pura repressione, si generano mostri. E così questi ragazzi, incapaci di comprendere il senso delle loro punizioni, diventano rabbiosi, o peggio, apatici. Sono costretti a trovare la loro strada da soli, in una società bigotta e ipocrita, dove regna la legge del più forte (il bullismo verso i compagni indifesi), il perbenismo è solo una facciata (il prete che va a prostitute) e la fede non può impedire che il fato si accanisca su una bambina innocente (la morte accidentale della sorella di Gioacchino).

E’ questa deriva, suggerisce il film, che traccia la strada verso il massacro del Circeo. I mostri Andrea, Angelo e Gianni, anestetizzati e repressi dal contesto delle loro famiglie, diventano lupi mannari assetati di sangue, bramosi di sfogare i loro istinti sessuali repressi. La parte finale del film è un incubo ad occhi aperti, un resoconto straziante e lento in cui siamo costretti ad immedesimarci nelle vittime sacrificali Rosaria Lopez e Donatella Colasanti (una straordinaria Benedetta Porcaroli), seviziate senza un vero perché nell’idilliaca cornice di una villa con vista sul mare.

Il male perpetrato da Ghira, Izzo e Guido è banale: consumato per capriccio, quasi con divertimento e noncuranza, come se fosse un gioco fra amici. Gli aguzzini sono incapaci di comprendere il dolore che stanno infliggendo, vedono le loro vittime come oggetti di piacere, niente di più. Il regista ci risparmia le scene più crude, ma quello che non vediamo e possiamo immaginare a volte è peggio.

Il messaggio del film è durissimo, senza speranza. Non c’è redenzione, né punizione per i colpevoli (le didascalie finali ci ricordano che Angelo Izzo, dopo essere stato rilasciato nel 2005, uccise altre due donne). Ma forse c’è ancora un briciolo di fiducia verso questa generazione dannata: mentre il massacro si consuma al Circeo, Edoardo e Pik sono in compagnia di due ragazze in un’altra villa. Quattro adolescenti impacciati, che si divertono in maniera innocente: sembra quasi di vedere come sarebbe potuta andare diversamente per Rosaria e Donatella. Non tutti i ragazzi sono lupi mannari.

L’opera di Mordini però non convince. Per raccontare l’apatia dei protagonisti, la pellicola diviene apatica a sua volta. Considerando i temi che racconta, il film non graffia, non riesce né ad essere scioccante né a generare empatia. La confezione è molto scolastica, e alcune scelte per attirare l’attenzione degli spettatori appaiono discutibili (come l’interpretazione sopra le righe di Luca Vergoni, che ci consegna un Angelo Izzo fin troppo caricaturale). Si poteva fare molto di più, e meglio.

La pellicola è stata al centro di aspre polemiche per via della decisione da parte della commissione per la censura di vietarla ai minori di 18 anni. Secondo la commissione, il film equipara le vittime ai carnefici del massacro, mostrandoli indistintamente come vittime della stessa società. Gran parte dei social ha criticato questa censura, argomentando giustamente che non può essere corretto vietare ai minori un film che denuncia la violenza sulle donne.

Eppure, le motivazioni della commissione non appaiono fondate: il film non accomuna affatto vittime e carnefici. Non c’è un solo momento in cui lo spettatore non sia cosciente dell’abisso che corre fra la fredda crudeltà degli stupratori del Circeo e l’innocenza delle loro prede. No, quello che la pellicola cerca di dimostrare è che l’indolenza dell’anima può trasformarti in un mostro; ma sta alla coscienza individuale accettare o meno questa trasformazione.

Edoardo, Salvatore, Pik, Carlo e Gioacchino condividono con Ghira, Izzo e Guido lo stesso contesto culturale e sociale, ma non per questo sono sadici o amorali: nonostante tutti i loro difetti, in questi ragazzi c’è dignità, rispetto, orgoglio, amore.

Se La scuola cattolica avesse sottolineato abbastanza questo messaggio, forse sarebbe stato un film degno di essere ricordato.

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