Festa del Cinema di Roma 2020: il lungo addio e l’eterno ritorno della Settima Arte

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-di Francesco Fiorillo-

Si è conclusa la 15a edizione della kermesse romana, un trionfo amaro in vista della chiusura delle sale italiane.

In tempi normali, questo sarebbe il momento di gioire. Proprio come la Mostra di Venezia a settembre, questa edizione della Festa del Cinema di Roma è stata un grande, insperato successo, nonostante le condizioni in cui si è dovuta svolgere. Proprio mentre la curva epidemiologica del coronavirus cresceva, la macchina organizzativa della Fondazione Cinema per Roma è riuscita a gestire in sicurezza dieci giornate ricche di proiezioni, incontri ed emozioni, senza rinunciare a nulla.

«Sapremo essere Festa, c’è un patto con il pubblico che amiamo e ci ama», aveva promesso la presidente della Fondazione, Laura Delli Colli, durante la presentazione di questa edizione «E’ una speranza, un augurio e una convinzione, pur nelle difficoltà che tutti conosciamo». E la promessa è stata mantenuta: sale piene all’85%, 260 ospiti (stranieri e non), molte opere prime, 17 pellicole di registe donne; un’onda che a partire dall’Auditorium Parco della Musica si è estesa al resto della città, raggiungendo il Policlinico Gemelli, il carcere di Rebibbia, le librerie indipendenti e l’Arena del Teatro di Tor Bella Monaca (a 14 anni dal suo ultimo spettacolo).

Un risultato eccezionale, ottenuto anche grazie alle molte precauzioni: niente pubblico al lato del red carpet, mascherine obbligatorie, distanziamento interpersonale, sale a capienza ridotta e film ed eventi disponibili anche in streaming. «Siamo partiti in un momento drammatico per il Paese» ha commentato il direttore artistico Antonio Monda, «tuttavia siamo riusciti a presentare un progetto di alta qualità che è stato riconosciuto da tutti».

Innumerevoli i film che hanno animato questa Festa, molti dei quali provenienti da festival precedenti (come Cannes 2020): gioielli come il nuovo lungometraggio della Pixar, “Soul” (di Pete Docter), una delicata riflessione sull’adilà e il senso della vita; o il documentario “Fuori era primavera – Viaggio nell’Italia del lockdown” di Gabriele Salvatores, un racconto sincero della prima fase dell’epidemia, realizzato con il contributo di filmati amatoriali girati con il cellulare da centinaia di italiani.

A trionfare su tutti, però, è stato “Eté 85” di François Ozon, vincitore del Premio del Pubblico BNL: l’ultima fatica del regista francese, un’intensa pellicola sui turbamenti sentimentali di due ragazzi adolescenti, ha conquistato il cuore e la mente del pubblico del festival, che ha voluto premiare le intense interpretazioni degli emergenti Félix Levebvre e Benjamin Voisin, e della nostra (sempre bravissima) Valeria Bruni Tedeschi.

Notevole anche l’accoglienza per Mi chiamo Francesco Totti” di Alex Infascelli, omaggio all’indimenticato Capitano della Roma; una pellicola che, nel raccontare la notte che precede l’addìo al calcio del fuoriclasse romano, ripercorre tutta la sua vita, fra ricordi inediti, momenti chiave della sua carriera e scene di vita personale.

Largo spazio è stato dato anche alle anteprime: come ad esempio, la proiezione dei primi due episodi di “Romulus”, l’attesissima serie di Matteo Rovere che racconta, fra ricostruzione e leggenda, la storia della nascita di Roma; o la presentazione di alcune sequenze di “Diabolik” dei fratelli Marco e Antonio Manetti, nuova trasposizione sullo schermo delle avventure dell’affascinate ladro creato dalle sorelle Giussani, con Luca Marinelli nel ruolo del ‘Re del Terrore’, Miriam Leone in quello di Eva Kant e Valerio Mastandrea nei panni dell’ispettore Ginko.

E inoltre retrospettive, restauri, omaggi, e gli immancabili “Incontri Ravvicinati” con protagonisti del mondo della cultura nazionale e internazionale: come i registi Pete Docter e Steven Rodney McQueen (che hanno ricevuto il premio alla carriera), il cantautore e compositore Thom Yorke (leader dei Radiohead), Gabriele Mainetti (regista pluripremiato di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, che ha presentato alcune scene del suo nuovo film “Freaks out”) e i fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo (autori degli splendidi “La terra dell’abbastanza” e “Favolacce”).

In tempi normali, dicevamo, questo sarebbe il momento di gioire. Perché il Cinema non muore, si adatta e cambia pelle per sopravvivere in questi tempi bui, resta vivo nell’impegno e nella passione  di migliaia di sostenitori. Ma questi, purtroppo, non sono tempi normali, e non ci è dato gioire. Le sale ora sono chiuse, come se la Festa di Roma fosse stata l’ultima grande celebrazione della Settima Arte. Ci aspetta un futuro incerto, in cui la cultura appare silente, lontana, quasi imbavagliata.

Ma dobbiamo aspettare. Aspettare e sperare. Perché il Cinema siamo noi: la nostra fantasia, i nostri sogni. Finché terremo la mente in moto e il cuore aperto, noi sopravvivremo.

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