Favolacce: il cinema italiano ritorna, spietato e sublime

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-di Francesco Fiorillo

Nelle sale appena riaperte l’ultimo lavoro dei fratelli D’Innocenzo, Orso d’Argento al Festival di Berlino 2020: una fiaba oscura, onirica e lacerante

 Com’è strana l’estate. I giorni si riempiono di luce, l’aria diventa vibrante di vita, gli affanni quotidiani scompaiono per lasciare posto al piacere e alla spensieratezza delle vacanze; eppure, c’è una malinconia di fondo che resta nascosta in noi, impalpabile. Forse perché sappiamo che si tratta di un momento effimero, destinato a passare in fretta.

Anche questa estate è strana. La quarantena è finita, e l’emergenza sembra essere rientrata: il nostro mondo sta gradualmente tornando alla normalità. Possiamo nuovamente uscire di casa, andare al bar e a fare shopping. Ma soprattutto, dopo tanti mesi di attesa, possiamo tornare a sognare davanti allo schermo di un cinema. Eppure, il ricordo di quanto abbiamo vissuto ci attanaglia, e ci tormenta. Da alcune cose, non è possibile fuggire.

Favolacce, il nuovo film dei gemelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, pare incarnare alla perfezione il nostro stato d’animo. Pellicola molto attesa (dopo l’ottima opera prima La terra dell’abbastanza), doveva esordire nelle nostre sale ad aprile, ma vede la luce solo ora. E racconta di un’estate torrida ma al tempo stesso gelida, un tempo di sole e calore che non porta gioia, ma dolore, paura e disperazione.

La voce fuori campo che introduce il film ci avverte: questa non è una storia vera. Ma potrebbe esserlo. Partendo dal diario di una bambina, il narratore mescola verità e finzione, svelando la storia di vari nuclei familiari in una periferia litoranea senza nome e senza età. Come una favola della buonanotte, questo racconto esiste al di fuori dello spazio e del tempo, e ci suggestiona e ammonisce con delle storie morali.

Ma quando questa fiaba finisce, per poi ricominciare in un ciclo eterno, capiamo che certe lezioni non possono davvero essere apprese. Gli esseri umani sono destinati a ripetere i loro errori, perché sono deboli, fallaci, danneggiati. Le colpe dei padri ricadono sui figli, e viceversa: così per sempre, in un circolo vizioso dal quale è impossibile uscire.

Il lavoro dei fratelli D’Innocenzo è un mosaico frammentato di esseri umani che si aggirano senza mèta in un sobborgo fatto di villette con giardino, piscine prefabbricate, grandi spazi aperti e spiagge libere. Ma l’apparenza serena e idilliaca di questo mondo nasconde un male segreto: gli adulti che lo abitano. Creature di bassa estrazione sociale, bestiali e competitive; ma soprattutto, incapaci di amare i propri figli.

Sono i bambini i veri protagonisti della pellicola: vittime sacrificali delle violenze fisiche e psicologiche dei genitori, esseri innocenti perseguitati, umiliati, usati come oggetti di vanto dagli adulti. Più spesso, ignorati, lasciati soli nelle loro camerette o liberi di girovagare per le strade o nella natura. Testimoni silenziosi di un male di vivere insanabile: ammutoliti, a testa bassa, quasi paralizzati.

In questo microcosmo si consumano piccole e grandi crudeltà, dettate dalla mancanza di empatia dei genitori inconsapevoli: appuntamenti di gioco organizzati per diffondere il morbillo, rasature coatte per eliminare i pidocchi. Persino quando l’atto di un adulto ha intenti nobili (come nella magistrale scena in cui il padre di Dennis salva il figlio dal soffocamento per un boccone di traverso), le sue conseguenze sono odiose, anaffettive, colpevolizzanti.

Da questa vita non c’è scampo: gli adulti hanno ormai già diffuso la loro infezione, gettando nell’anima dei figli il seme della depressione. Un seme destinato a germogliare e a dare frutti amarissimi, in un crudele finale apocalittico (quasi biblico) che si abbatte su questa comunità allo sbando come una punizione divina. Possiamo consolarci con il pensiero che si tratti una storia inventata; ma in cuor nostro, sappiamo che è fin troppo reale.

Struggenti le interpretazioni dei piccoli attori: Justin Korovkin su tutti nel ruolo del silenzioso Geremia, ma anche Tommaso di Cola nel ruolo dello sconsolato Dennis, e Giulia Melillo con la sua vulnerabile Viola; molto convincenti anche quelle degli adulti, capaci di convogliare immaturità (Gabriel Montesi nel ruolo del ridicolo padre di Geremia), violenza (Elio Germano nel ruolo del padre di Dennis) e odio (Lino Musella con il suo professor Bernardini).

Dopo l’acerbo La terra dell’abbastanza, i fratelli D’Innocenzo dimostrano di aver imparato molto: Favolacce vive di suggestioni che richiamano lezioni imparate dal cinema italiano (soprattutto Matteo Garrone e Saverio Costanzo), ma anche straniero (i bambini lasciati allo sbando ricordano Gummo di Harmony Korine).

Stile asciutto, sguardo freddo e spietato, fotografia impeccabile, e comparto sonoro ipnotico: tutto al servizio di emozioni viscerali e sincere.

Non potevamo sperare in una migliore ripresa della stagione cinematografica: i fratelli D’Innocenzo si confermano come una nuova, brillante promessa. Questo è un Cinema destinato a rimanere impresso a lungo nella nostra memoria: non perché è semplicemente bello, ma perché è forte, è interessante, è rilevante. Un pugno nello stomaco che ci mette di fronte a ciò che vorremmo nascondere.

Come la commovente Passacaglia della vita che chiude la pellicola: una nenia dolcissima e allo stesso tempo amara, un memento mori che ci ricorda la nostra fragilità. Ma non è ancora tempo di morire.

Ora è tempo di tornare a vivere.

È un sogno la vita
Che par sì gradita,
è breve gioire,
Bisogna morire.

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