Barbie o non Barbie, questo è il problema

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-di Graziella Di Grezia

“Lei può essere tutto ciò che vuole, lui è soltanto Ken

In questa calda e affollata estate, in cui i cinema all’ aperto hanno la meglio sulle sale gelide con aria condizionata, ho avuto modo di incrociare flussi di persone tutti diretti verso il film del momento “Barbie“, una storia tra reale e surreale, in cui la protagonista assurge a modello di ispirazione di un mondo finto per poi calarsi in una realtà che anziché perfezionarsi, finisce col far perdere l’ impeccabilità al modello stereotipato.

Il pensiero rosa che avvolge lo spettatore in un film apparentemente onirico, non è altro che la revisione moderna del “Ridente dicere verum” di oraziana memoria.

Apparentemente un film per bambini (ma i miei figli all’ uscita erano decisamente meno entusiasti di me), di fatto è un documentario per adulti sulle relazioni Donna-Uomo e un libretto di istruzioni per uso e consumo di uomini privi di una propria identità.

L’ ingenua creazione di una bambola che ha rotto le convenzioni sui giochi delle bambine probabilmente ha avuto un effetto decisamente più marcato rispetto alle aspettative.

L’ intro del film che ricalca “2001,Odissea nello spazio” non è altro che la spiegazione scientifica e razionale per la quale ogni bambina prima o poi ha avuto come amica e confidente, per non dire modello, Barbie.

La perfezione dell’ inesistente e la finzione della realtà funziona come tentativo e simulazione di un mondo che ogni bambina tende a costruirsi, fin quando la terribile realtà non la riporta con “i piedi per terra”.

Il disperato tentativo di ritornare allo “stato dell’ arte” si traduce in una rocambolesca avventura in cui la fusione tra mondo reale e fantastico restituisce al mondo idilliaco l’ ingresso di un oligofrenico potere maschile.

Non solo, ma si assiste alla perdita di ogni identità femminile, alla ricerca di un disperato consenso da parte dell’ altro sesso.

Sarà grazie all’ intervento della donna (Gloria) che disegnava “barbie tristi e con pensieri di morte” a riaccendere la speranza di una risoluzione, grazie al suo discorso che, a prescindere dal film, ogni donna dovrebbe leggere:

«È letteralmente impossibile essere una donna. Sei così bella e così intelligente e mi uccide il fatto che non pensi di essere abbastanza brava. Dobbiamo essere sempre straordinarie, ma in qualche modo, lo facciamo sempre in modo sbagliato.

Devi essere magra, ma non troppo. E non si può mai dire di voler essere magri. Devi dire che vuoi essere sana, ma allo stesso tempo devi essere magra. Devi avere soldi, ma non puoi chiedere soldi perché è volgare. Devi essere un capo, ma non puoi essere cattiva. Devi comandare, ma non puoi schiacciare le idee degli altri. Devi amare l’essere madre, ma non parlare dei tuoi figli per tutto il dannatissimo tempo. Devi essere una donna in carriera, ma anche preoccuparti sempre degli altri. Devi rispondere del cattivo comportamento degli uomini, il che è assurdo, ma se lo fai notare, vieni accusata di essere una che si lamenta. Dovresti rimanere bella per gli uomini, ma non così bella da tentarli troppo o da minacciare le altre donne, perché dovresti far parte della sorellanza.

Ma devi sempre distinguerti dagli altri ed essere sempre grata. Senza dimenticare che il sistema è truccato. Quindi, trova un modo per farlo notare, ma essendone sempre grata. Non devi mai invecchiare, mai essere maleducata, mai metterti in mostra, mai essere egoista, mai cadere, mai fallire, mai mostrare paura, mai uscire dalle righe.

È troppo difficile! È troppo contraddittorio e nessuno ti dà una medaglia o ti ringrazia! E poi si scopre che non solo stai sbagliando tutto, ma che è anche colpa tua. Sono così stanca di vedere me stessa e ogni altra donna che si distrugge per piacere alla gente. E se tutto questo vale anche per una bambola che rappresenta le donne, allora non so nemmeno io cosa dire».

Un lieto fine fiabesco avrebbe portato alla chiusura del film, con la pace e l’ equilibrio ricomposto… e la schiera dei Ken presenti ma senza alcun ruolo o speranza di relazione con le Barbie…Che ad un Ken preferisconoidilliache relazioni femminili.

Il finale non c’è” come afferma la creatrice di questa icona, Ruth Handler, perché si crea di fatto un nuovo inizio, dettato dal passaggio della Barbie stereotipo a donna del mondo reale.

Ogni riferimento al passaggio da Pinocchio a bambino modello é puramente casuale, ma in questo caso è un modello a divenire reale.

Ed è a questo punto che la sfida diventa ancora più dura.

Le luci si riaccendono e tutte le nostre Barbie ritornano al mondo di sempre.

 

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