A Roma MedFilm Festival 2022: Voci dal carcere

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di Francesco Fiorillo

Al cinema Savoy di Roma si è tenuta la rassegna dei film realizzati all’interno degli istituti di pena italiani, da e con i detenuti

 Il MedFilm Festival, ormai giunto alla sua 28° edizione, è il più longevo festival del cinema della Capitale: nato nel 1995, rappresenta l’unica vetrina italiana dedicata alle cinematografie del Mediterraneo, uno spazio per favorire la cooperazione fra i paesi dell’area euro-mediterranea attraverso la realizzazione di eventi culturali dedicati ad audiovisivi e cinema.

Quest’anno, all’interno della sezione Fuori Concorso, è stata presentata la rassegna “Voci dal carcere”: sei cortometraggi, realizzati in diversi penitenziari con la partecipazione dei detenuti, che rappresentano sei diverse riflessioni sull’importanza delle pratiche artistiche che coinvolgono la popolazione carceraria, ai fini della funzione rieducativa della pena.

Le proiezioni sono state introdotte dal Commissario Straordinario per il recupero dell’ex carcere borbonico di Santo Stefano – Ventotene, Silvia Costa, che ha brevemente presentato i corti con l’aiuto dei vari registi: Casimiro Gatto (Bellum), Serenella di Michele e Angelo Petrone (La parola agli imputati), Agostino Nalon e Sauro Vannicola (Da Babele alla città celeste), Marianna Turturo e Alessandra Ardito (Viva), Massimo Montaldi (29.000 giorni) e Sandro Baldacci (Un anno di attività in tempo di pandemia).

Si tratta di cortometraggi brevi ed emozionanti, molto diversi fra loro, ma tutti tesi a dare voce a quella folla invisibile che abita i nostri istituti di pena: un popolo di anime che vuole raccontarsi ed essere visto, affinché non ci si dimentichi della loro esistenza.

Bellum, girato nella Casa circondariale di Castrovillari “Rosetta Sisca”, è un’amarissima riflessione sulla più antica invenzione dell’uomo: la guerra. Giovanni Cukon, il detenuto protagonista, racconta da dietro le sbarre la sua infanzia durante il conflitto in Jugoslavia: un evento che, nel suo orrore, lo ha spogliato dell’innocenza, e lo ha costretto improvvisamente a diventare uomo. Una narrazione intensa, tutta in primo piano e con pochi movimenti di camera; un avvertimento a non dare la nostra vita di tutti i giorni per scontata: una guerra è sempre dietro l’angolo.

La parola agli imputati, girato nella Casa circondariale di Chieti, è un brevissimo frammento (2 minuti) che nel titolo fa il verso al celebre La parola ai giurati di Sidney Lumet: una giuria composta da dodici elementi (tutti interpretati da detenuti) si confronta a porte chiuse per decidere se un ragazzo di 18 anni sia colpevole dell’omicidio del padre. Come in uno specchio distorto, i reclusi di Chieti assumono il ruolo di giudici: avranno la stessa clemenza che è stata a loro negata?

Da Babele alla città celeste, girato nella Casa di reclusione di Padova, è invece un documentario sul Teatro Carcere Due Palazzi: un progetto attivo dal 2005, sotto la direzione di Maria Cinzia Zanellato, che mira al recupero della socialità dei carcerati mediante attività artistiche e di valenza civile. Attraverso le pratiche teatrali, i detenuti hanno la possibilità di uscire dal loro guscio e ritrovare la capacità di interagire con i loro compagni, il pubblico e, soprattutto, sé stessi. Molto toccanti le testimonianze in prima persona dei partecipanti al progetto: salire sul palco è per loro una forma di catarsi, che alimenta la loro umanità e li aiuta ad evadere dalle loro celle, anche se solo per qualche ora.

 Viva, girato nella Casa di reclusione femminile di Trani, è un breve spaccato di vita ambientato fra le mura dell’ex monastero convertito poi in carcere. Parlato interamente in dialetto pugliese, fra chiacchiere e pettegolezzi nel cortile, telefonate alla famiglia e compleanni festeggiati in solitudine, l’ironia e la solidarietà delle donne detenute si dimostra la chiave per sopravvivere in questo edificio fatiscente, a pochi passi dal mare.

 29.000 giorni, girato nella Casa circondariale di Rieti, è un’opera surreale, in cui i carcerati sono chiamati a riflettere sul tempo perduto fra le sbarre. Nelle sezioni della prigione si diffonde l’idea di calcolare gli anni passati in detenzione in giorni, confrontandoli con la durata media della vita di un essere umano (appunto, 29.000 giorni). Il calcolo della differenza fra i giorni oramai persi e quelli rimasti si rivelerà più angoscioso del previsto, anche perché ci metterà lo zampino il Diavolo in persona…

 Un anno di attività in tempo di pandemia, girato nella Casa Circondariale di Genova Marassi, è infine un lungo trailer, un making of dello spettacolo Profughi da tre soldi, prodotto dall’Associazione Culturale Teatro Necessario e interpretato dalla Compagnia Teatrale Scatenati, formata da attori detenuti.

 La rassegna si è conclusa con un intervento finale di Susanna Marietti dell’Associazione Antigone (attiva dal 1998 attiva come osservatorio sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane) e l’attore Salvatore Striano (Gomorra, Fortapàsc, Ariaferma), che hanno ribadito l’importanza di promuovere un atteggiamento di rispetto e umanità nei confronti dei detenuti, anche loro, come noi, bisognosi di evolversi e riscattarsi.

 Perché una prigione non può essere soltanto una gabbia.

 

 

 

 

 

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