Una vita favolosa: Luisa Spagnoli

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-di Giuseppe Esposito-

Vi sono persone che nascono sotto congiunzioni astrali irripetibili e che sono destinate a vivere una vita fuori dell’ordinario. Esse lasceranno di sé un segno più profondo o, se vogliamo prendere in prestito le parole di Manzoni, in esse il Massimo Fattor volle, del creator suo spirto, più vasta orma stampar. Manzoni si riferiva a Napoleone, noi invece a Luisa Spagnoli che non fu un condottiero, ma sotto certi aspetti una vera rivoluzionaria, per la sua epoca. Un’epoca in cui il destino delle donne era quello di esser non altro che spose e madri. Invece la nostra Luisa seppe affrancarsi da quel cliché e creare qualcosa che è vivo ancor oggi e prospera. A differenza di tante altre realizzazioni che sono ormai morte e dimenticate.

Nacque Luisa il 30 ottobre 1877 da Pasquale Sargentini, pescivendolo e da Maria Conti casalinga. Nacque dunque in una famiglia povera. A vent’anni conobbe Annibale Spagnoli con cui convolò a nozze l’anno seguente e, non volendo trascinare un’esistenza chiusa tra le mura di casa, convinse il marito a rilevare una drogheria nel centro di Perugia. Lì, senza conoscere nulla dell’arte pasticciera, cominciò a produrre e a vendere confetti. Più tardi iniziò a produrre cioccolato ed il successo commerciale prese ad arriderle. Alla drogheria fu imposto il nome di Perugina. Più tardi entrò in società con Giovanni Buitoni, titolare di un’azienda pastaria e con Leone Ascoli. Dal matrimonio erano intanto nati tre figli Mario, Armando e Aldo. L’azienda continuava a crescere ed arrivò a contare un centinaio di dipendenti.

Con lo scoppio della guerra gli uomini furono richiamati alle armi e Luisa si ritrovò a mandare avanti l’azienda da sola, aiutata dai figli Mario e Aldo. Gli affari andavano bene nonostante la guerra e Luisa teneva molto ai suoi dipendenti, che erano in gran parte donne, le quali con figli e mariti al fronte dovevano badare alla famiglia e lavorare in fabbrica anche al posto degli uomini. Allora per agevolarle Luisa introdusse la nursery in azienda e riconobbe alle sue dipendenti il diritto all’allattamento.

Quanto al mercato ella sbaragliava la concorrenza con prodotti innovativi quali il cioccolato alla banana e, soprattutto, il prodotto che sarebbe diventato il simbolo dell’azienda: il Bacio.

La genesi di questo prodotto è piuttosto singolare. Infatti un giorno, Luisa, osservando e fasi della produzione si rese conto che, a fine giornata, il cioccolato e la granella di nocciole non usate, venivano buttate via. Allora con quegli scarti realizzò un sorta di cioccolatino col cuore di gianduia ed una nocciola alla sommità. La forma di quel cioccolatino era quella di una mano serrata e per questo gli diede il nome di cazzotto.

Giovanni Buitoni, il suo socio, per ingentilirlo lo tramutò in Bacio Perugina. E da allora quel bacio è sempre presente nelle vetrine e sugli scaffali di ogni negozio o emporio di tutto il mondo.

Nel 1923, a causa di attriti interni, Annibale Spagnoli abbandonò l’azienda e Luisa restò da sola a fungere da consigliere di amministrazione, aiutata dai tre figli. Come imprenditrice si dimostrò sempre sensibile alle necessità dei propri dipendenti e presso lo stabilimento di Fontivegge, considerato il più avanzato d’Europa, nel settore dolciario, realizzò l’asilo nido ed una serie di spacci per permettere alle sue dipendenti di poter fare la spesa alla fine del turno di lavoro.

Contemporaneamente all’azienda dolciaria Perugina avviò un allevamento di conigli d’angora dal cui pelo otteneva la lana utilizzata per la realizzazione di scialli, boleri ed indumenti di moda. I conigli non erano né uccisi né tosati, ma essi venivano pettinati ed il pelo così ottenuto veniva poi filato.

Quando partecipò alla Fiera di Milano ebbe un inatteso successo ed i suoi vennero definiti ottimi prodotti. Era il trampolini di lancio verso una crescita aziendale incredibile e che si sarebbe rivelata estremamente longeva. Dopo  Milano Luisa intensificò la produzione dei suoi capi ma dovette crearsi una rete di fornitori che le inviavano il pelo prelevato da ben 250.000 conigli d’angora.

Durante gli anni della guerra, per agevolare i dipendenti, l’azienda, in occasione del Natale regalava calze, maglie e gomitoli di lana per un valore di circa 4.000 lire ad ogni dipendente. Una vera fortuna per l’epoca. Lo stabilimento di Santa Lucia, realizzato ex novo, disponeva di una piscina per i dipendenti ed intorno furono realizzate case per i dipendenti che esistono tuttora. Furono creati asili nido e si organizzavano balli, gare e partite per tener su il morale dei lavoratori.

Proprio nel momento in cui il decollo dell’azienda cominciava in maniera promettente, le fu diagnosticato un tumore alla gola. Allora il suo socio Giovanni Buitoni la fece trasferire a Parigi, perché potesse ricevere le migliori cure e le restò accanto fino alla fine. Luisa si spense nel 1935 a soli 58 anni d’età.

Alla guida dell’azienda le subentrò il figlio Mario che, nel 1947, costruì un nuovo stabilimento la Città dell’angora, uno stabilimento all’avanguardia intorno al quale fu realizzata una comunità autosufficiente in cui la parte assistenziale e ricreativa era parte integrante del ciclo produttivo: la realizzazione di una vera e propria utopia.

Negli anni Settanta, su una collina di proprietà della famiglia Mario realizzò un parco giochi chiamato Città della domenica, che esiste ancor oggi e continua ad attirare visitatori. All’ingresso campeggia un grande ritratto di Luisa, la donna che rese possibile quel miracolo industriale con la creazione di due marchi conosciuti in tutto il mondo.

Oggi purtroppo, grazie alla disastrosa gestione economica dei nostri politici imbelli la Perugina è finita nelle mani della multinazionale olandese Nestlé. Per fortuna invece l’azienda che porta il nome della fondatrice è oggi gestita da Luisella, pronipote di Luisa.

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