Sibilla Aleramo, una donna enigmatica

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-di Giuseppe Esposito-

Mi è capitato, di recente, di seguire una delle puntate della trasmissione condotta su RAI3 da Paolo Mieli e intitolata “Passato e presente”. Una trasmissione diversa dalle solite che tratta di argomenti storici con un taglio davvero interessante, assai diverso dal modo in cui nelle scuole si suole impartire l’insegnamento della Storia. Un coacervo di date, avvenimenti, personaggi, che difficilmente sono calati correttamente nel loro contesto e che pertanto impedisce di comprendere i presupposti, le cause e le conseguenze profonde che ogni avvenimento ebbe sulla società del tempo.

La puntata a cui mi riferisco aveva come oggetto la scrittrice Sibilla Aleramo. Oggi l’Aleramo è entrata in un cono d’ombra creato dal passare del tempo. Non è più un’autrice attuale e pochi sono coloro che conoscono le sue opere. Anch’io, come gli altri conoscevo, di lei, null’altro che il suo romanzo d’esordio, il famosissimo, ai suoi tempi “Una donna”. Il romanzo ebbe un immediato ed enorme successo. Era di stampo autenticamente autobiografico e fece della Aleramo una vera icona del femminismo italiano, che prima di lei era piuttosto marginale.

Il romanzo della Aleramo segnò la svolta decisiva nel dibattito che si teneva in Italia sulla condizione della donna nella società d’allora, interessò intellettuali di primo piano come, ad esempio, Luigi Pirandello che ebbe a dire dell’opera: “… un esempio di gravità e schiettezza, capace di restituire, nella sua semplicità, un dramma grave e profondo”, ma l’opera attrasse soprattutto l’attenzione di tutti gli scrittori che gravitavano intorno alla rivista “La Voce”. Insomma la Aleramo andò ad occupare in breve tempo una posizione di rilievo nella letteratura e nel panorama intellettuale italiano in genere. Si pensi che lo scultore Bistolfi la ritrasse per la realizzazione della moneta da 20 centesimi.

In realtà il vero nome della Aleramo era Marta Felicina Faccio, ma in famiglia era chiamata Rina. Era nata ad Alessandria il 14 agosto 1876, da Ambrogio, ingegnere e da Ernesta Cottino, prima di cinque figli. Quando era ancora piccola la famiglia si trasferì prima a Milano e successivamente a Civitanova marche dove il padre era stato assunto come direttore di una fabbrica di proprietà del conte Sesto Ciccolini.

L’infanzia della scrittrice non fu facile e fu turbata dalle condizioni psichiche della madre, afflitta da una profonda depressione che la porterà prima a tentare il suicidio e poi all’internamento in un istituto per malattie mentali.

A Civitanova Marche il padre la invoglia Sibilla a lavorare nella contabilità dell’azienda. Ma in fabbrica la ragazza subisce le attenzioni morbose degli uomini ed infine è vittima di uno stupro. Ne seguì, come usava allora, un matrimonio riparatore che gettò la ragazza in uno stato di profonda infelicità. Partorì nel 1895 un figlio cui fu imposto il nome di Walter. Al bambino ella cercò di dedicarsi completamente, ma i maltrattamenti del marito, un uomo violento ed anche alquanto sadico la spinsero a cercare rifugio nella scrittura ed infine a tentare il suicidio, quasi sulle orme materne. Ma dopo quel gesto il marito decide di liberarsi di lei e la spinge a trasferirsi a Roma, imponendole però di rinunciare al figlio. Sebbene assai attaccata a Walter, Sibilla accetta, pur di evadere dalla prigione in cui il marito l’aveva costretta.

A Roma la donna inizia una nuova vita, dirige per un anno la rivista “L’Italia femminile” e adotta lo pseudonimo di Favilla. Nel 1902 avviene l’incontro con il poeta Giovanni Cena ed inizia una relazione che dura sette anni. Il nuovo nom de plume è inventato proprio da Cena, che lo prende da un verso della poesia Piemonte del Carducci. Rita Faccio diventa così Sibilla Aleramo. Durante la relazione con Cena Sibilla diventa una attivista del femminismo italico. Scrive articoli sulla questione femminile, organizza manifestazioni per la concessione del diritto di voto, denuncia lo sfruttamento della prostituzione, ed è alla testa di alcuni movimenti femministi.

Frequenta, nel frattempo i migliori salotti della capitale ed intreccia rapporti, anche passionali, con numerosi esponenti dell’intellighenzia italiana; una condotta libera e piuttosto spregiudicata che potrebbe, ancor oggi, destabilizzare qualche coscienza. Ma forse alla base vi era una continua ricerca d’amore, continuamente inesaudita.

Il suo primo romanzo “Una donna” vede la luce nel 1906 ed in esso la scrittrice riversa tuto il suo dolore di donna abusata e ferita ed il suo dolore di madre privata del figlio. La protagonista è una donna degli inizi del secolo, una “cosa” di esclusiva proprietà del marito padrone ed a cui nulla si deve, ma da cui tutto si pretende. Una violenza che incide anche sull’equilibrio psichico della donna. Ma una volta fuggita da quella oscura prigione, probabilmente Tita Faccio, ormai divenuta Sibilla Aleramo, non permetterà più a nessuno di usarla e di sottometterla. Ciò spiega forse la sua condotta con gli uomini e le sue numerose relazioni, destinate tutte, però, a durare poco.

Al primo romanzo seguirono “Il passaggio”, “Amo dunque sono”, Gioie d’occasione”, “Andando e stando”, “Dal mio diario” inoltre le raccolte poetiche come “Momenti”, Selva d’amore”, Luci della mia sera”, “Aiutatemi a dire”. Intanto il suo compagno Dino Campana è vittima della sua sensibilità esasperata e preda di problemi psichici e finirà i suoi giorni, chiuso in un manicomio. Campana era conosciuto già come “el matt”  e noto per la sua estrema gelosia nei riguardi della sua donna e la crescente notorietà di Sibilla lo metteva sempre più in crisi e lo spingeva sempre più nel baratro della follia. Il tormentato rapporto tra i due è documentato nell’opera epistolare “Un viaggio chiamato amore”. In essa si evidenziano due personalità assai distanti dalla morale allora corrente.

Il ricovero in manicomio di Dino Campana è del 1918 ed egli vi resterà fino alla sua morte, avvenuta nel 1932.La relazione con Cena, iniziata nel 1902 terminerà intorno al 1909. Nel frattempo la scrittrice si è allontanata dal movimento femminista di cui ebbe poi a dire che si era trattato di “ … una breve avventura, eroica all’inizio, grottesca sul finire, un’avventura da adolescenti, inevitabile ma ormai superata.”

Finita la relazione col poeta Cena, la scrittrice negli anni intorno al 1913 prendere a girovagare tra Milano e Firenze. Intreccia una relazione sentimentale con la scrittrice Lina Poletti, una tra le prime donne a dichiarare apertamente la propria omosessualità. Nel 1913 la troviamo a Parigi, dove conosce Guillaume Apollinaire ed altri intellettuali francesi. Poi il ritorno in Italia ed il soggiorno a Roma dove conosce Grazia Deledda e si lega in una serie interminabile di relazioni sentimentali con personaggi di spicco dell’intellighezia italiana, quali Giovanni Papini, Giovanni Boine, Clemente Rebora, Umberto Boccioni, Salvatore Quasimodo ed altri. Probabilmente la Aleramo scottata dalle disavventure giovanili cerava a tutti i costi una stabilità ed una visibilità che la mettesse al riparo da una eventuale ricaduta nella soggezione a qualcuno, una sorta di ricerca di stabilità quasi ossessiva.

Nel 1925 firma, assieme a tanti altri, il Manifesto degli intellettuali antifascisti, ma ciò non le impedì, nel 1929, di chiedere udienza a Mussolini, il Duce di un fascismo oramai affermato. Le condizioni finanziarie della scrittrice erano piuttosto precarie ed ella ottenne dal capo del Fascismo di essere ammessa nell’Accademia d’Italia, cosa che le dava diritto ad un vitalizio ed alla protezione del governo. In più di una occasione scrisse al ministro Galeazzo Ciano, genero del dittatore, perché intervenisse a far tacere alcuni giornalisti troppo critici nei suoi confronti.

Ma Sibilla fece anche di più, la sua conversione fu completa, forse. Ella cominciò a lodare l’opera del Regime su vari giornali, per assicurarsi altre fonti di reddito. Nel 1933 si iscrisse addirittura all’Associazione fascista delle donne artiste e laureate, salvo poi, quando nel 1943 le sorti della guerra cominciarono a mettersi al peggio, rifiutarsi di seguire Mussolini a Salò nella neonata RSI, giudicando poi vergognosa quell’ultima pagina di storia del regime. 

A guerra finita aderì al partito comunista, guidato da Palmiro Togliatti, passando quindi da un totalitarismo all’altro, da quello fascista a quello messo in atto nella Unione Sovietica, cui il PCI si ispirava. In questi anni difficili aveva stabilito una relazione sentimentale con il giornalista Enrico Emanuelli che era più giovane di lei di ben 33 anni, ma lasciato Emanuelli si legò ad un uomo ancor più giovane, lo studente Franco Matacotta che di anni in meno di lei ne aveva 40.

Insomma sebbene fosse una ottima scrittrice, giudicando a posteriori la sua vicenda privata, non si può non rilevare come la sua dote più spiccata fosse quella di riuscire a galleggiare anche nelle condizioni più avverse. 

Da iscritta al PCI, prese parte al Congresso Mondiale degli Intellettuali per la pace che si tenne a Breslavia. Si impegnò in attività politiche e sociali e morì a Roma nel 1960 all’età di 83 anni. Riposa la Cimitero del Verano di Roma. Personalità eterodossa abbastanza contraddittoria e forse difficilmente comprensibile, oggi, se non la si colloca nel suo contesto dell’epoca. Un’epoca assai difficile da vivere, soprattutto se non si era muniti di un retroterra familiare ed economico che potesse validamente supportarti.

 

 

 

 

“sono sfiorite le rose…” by ho visto nina volare is licensed under CC BY-SA 2.0

SHRINE JAYANJ VINAAYAG PTR, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

 

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