Donne fuori dall’ordinario: Lea Vergine

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-di Giuseppe Esposito-

Lea Vergine, napoletana, appartiene alla vasta schiera di intellettuali che hanno dovuto cercare la propria affermazione professionale lontano dalla città natale. Napoli è infatti matrigna per i suoi figli e, sebben questi le siano legati da un affetto viscerale,  li respinge e lascia nel loro animo una perenne nostalgia.

Lea dovette fuggire da Napoli a causa del suo amore per Enzo Mari, considerato il ribelle del design italiano.

Lea Vergine nacque a Napoli il 5 marzo del 1936, col cognome di Buoncristiano e fu allevata dai nonni. Frequentò il liceo Umberto I, fucina di moltissimi ingegni napoletani. Sposò, giovanissima, lo psicologo Adamo Vergine, molto più anziano e, si dice, segretamente gay.

Alla fine degli anni Sessanta avvenne l’incontro con Enzo Mari e fu subito amore. I due, pur essendo entrambi sposati, andarono a vivere insieme, suscitando scandalo nella società  del tempo fino ad essere anche denunciati per concubinaggio da parte del portiere dello stabile in cui abitavano. Costui covava rancore per Mari poiché questi lo accusava di appestare l’androne del palazzo con gli effluvi della sua cucina.

Per sfuggire al clima pesante che li circondava i  duesi trasferirono  a Milano, in via Magenta e convolarono poi a giuste nozze. Lì strinsero amicizia con molti degli intellettuali più in vista del momento tra cui Gillo Dorfles, Arturo Schwartz e Camilla Cederna, per citarne solo alcuni. Intrapresero ognuno la propria strada che li portò ad affermarsi, ciascuno nel proprio campo.

Lea fornì un contributo fondamentale alla Storia dell’Arte ma, a causa del suo carattere spigoloso che la teneva fuori dagli schemi, non ebbe il riconoscimento che meritava, se non dopo qualche tempo. Sui suoi saggi sulla Body Art si sono formate generazioni di studenti. Possiamo citare tra gli altri: “Body art e storie simili”, “Ininterrotti transiti”, “L’arte non è una faccenda per persone per bene” e “Necessario è solo il superfluo”.

Le idee di Lea sull’arte sono fotografate da affermazioni come questa:

L’arte non è necessaria. È il superfluo. E quello che ci serve per essere un po’ più felici o meno infelici è il superfluo. Non puoi utilizzarla, l’arte, nella vita. Arte e vita si, nel senso che ti dedichi a quella cosa, ma non è che l’arte ti possa aiutare. Costituisce un rifugio, una difesa. In questo senso è come una benzodiazepina.

Lea era dotata di un eloquio arguto da vera napoletana, di una personalità spiccata e di uno sguardo attento sulla contemporaneità. È stata una figura all’avanguardia nel panorama artistico ed in quello femminile. Ha dato una spallata decisa al mondo artistico e culturale italiano legato ancora ad una visione patriarcale.

I suoi studi sulla fisicità furono raccolti nel 1974 nel volume: “Il corpo come linguaggio”. Il suo carattere spigoloso e ribelle l’accomunava perfettamente ad Enzo Mari, il genio ribelle del design, ma la teneva fuori dagli schemi e da certe conventicole.

Ha continuato a nutrire una profonda nostalgia per la sua città natale che si è accorta di quanto le mancasse Lea, solo con colpevole ritardo.

Sebbene avesse, in passato, affermato che L’amore è una pia illusione. Dopo pochi mesi è solo sopportazione, il suo legame con Enzo fu profondo e definitivo. Persino di fronte alla morte sono apparsi indissolubilmente legati. Come già altre coppie famose hanno varcato quella soglia quasi contemporaneamente. Enzo si è spento il 19 ottobre scorso e Lea lo ha seguito a distanza di un solo giorno, il 20. Entrambi sono stati falciati dal Coronavirus.

In questi casi pare se come dopo una vita intera passata insieme le due pari di una coppia non vogliano accettare la solitudine, nemmeno oltre il limitare fatale.

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