Diana Dalziel: la favola bella di un brutto anatroccolo, tra moda e giornalismo

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di Giuseppe Esposito-

Per una ragazzina essere figlia di una madre bella ed affascinante, senza averne ereditato l’avvenenza, a differenza di sua sorella, e sentirsi dare fin dalla più tenera età il nomignolo di “brutto anatroccolo”, seppur con la migliore attenzione e con il più tenero affetto, deve essere un trauma che rischia di segnarti per la vita.

D’altronde, in psicologia esiste proprio una sindrome che porta quel nome, -la sindrome del brutto anatroccolo- e coloro che ne sono affetti si sentono sempre inadeguati a fronte delle aspettative proprie ed altrui. Essi tendono sovente a ridimensionare i propri obbiettivi di vita, credendo di valere meno degli altri, poiché costretti a confrontarsi con persone che esse credono vincenti.

È il rischio corso dalla piccola Diana Dalziel, futura icona della moda e del giornalismo, più nota col nome acquisito col matrimonio e cioè come Diana Vreeeland. Per tutta l’adolescenza Diana fu costretta a fare i conti col suo aspetto alquanto sgradevole, dal naso grosso, agli zigomi sporgenti ed al fisico piuttosto disarmonico, al contrario della madre e della sorella Alexandra, donne belle e sicure.

L’unica arma su cui poteva contare Diana era la sua personalità ed in base ad essa la ragazza si creò un suo personaggio, caratterizzato dai look eccentrici adottati, abbinamenti stravaganti ed inusuali di abiti e di accessori.

Diana Vreeland nacque a Parigi il 29 settembre 1903. Suo padre era un diplomatico inglese e sua madre era l’americana Emily Key Hoffman. Apparteneva cioè ad una delle famiglie più in vista dell’alta borghesia newyorkese, discendente dal fratello di George Washington e cugini di Francis Scott Key. Diana era anche cugina di Pauline Rotschild.

Poco dopo la fine della prima guerra mondiale la famiglia si trasferì a New York e Diana, che non seguì mai un regolare corso di studi, si fece la sua cultura vivendola nei luoghi più importanti del mondo, poiché crebbe tra New York, Londra e Parigi. Il suo esempio spinse molte donne ad osare, a non nascondersi e a mostrarsi per quello che erano, accettando i propri limiti e i propri difetti, osando e sovvertendo i paradigmi e le norme vigenti. Cosa che ella fece nel mondo della moda, in cui si trovò ad operare.

Dopo il trasferimento della famiglia a New York, Diana fece il suo debutto in società ed in quella occasione una sua immagine finì, nel 1922, sulle pagine della rivista Vogue, quasi una premonizione. Nel 1924 sposò il banchiere Thomas Reed Vreeland da cui ebbe, in seguito due figli.

Dopo il matrimonio la coppia si trasferì a Londra e qui, Diana aprì una sua boutique. Le sue clienti erano tutte altolocate e fra esse vi era anche la signora Wallis Simpson, la donna per la quale Edoardo VII, rinunciò al trono d’Inghilterra e visse per sempre come duca di Windsor, a Parigi. In quel periodo i viaggi di Diana a Parigi erano molto frequenti e, nella capitale francese, fece la conoscente di un altro astro nascente della moda, Coco Chanel.

Nel 1935, per le esigenze di lavoro del marito, la famiglia rientra a New York ed è qui che Diana partecipa ad una festa da ballo indossando un abito di pizzo bianco creato da Coco Chanel e con delle rose nei capelli.  Quella spilungona dal profilo particolare e, soprattutto, dall’aria di chi ha deciso di non dover dimostrare più nulla a nessuno, attira l’attenzione di Carmen Snow, direttrice di Harper’s Bazar, che la mattina dopo le offre di lavorare per il suo giornale.

Nasce così la rubrica “Why don’t not?”, cioè “Perché no?”. Rubrica che fu definita stravagante per donne che avevano il coraggio di osare. Quell’interrogativo del titolo racchiudeva tutta la filosofia della Vreeland.

Nel 1963 l’altra rivista di moda, forse la più diffusa, Vogue cominciò a corteggiarla. Si dice che per accettare il posto di direttrice del giornale la proprietà le offrisse “la luna e sei pence”, oltre ad un rimborso spese illimitati per i vestiti ed i viaggi in Europa, ogni volta che lo ritenesse opportuno. Diana accettò e durante la sua permanenza alla testa di Vogue rivoluzionò la rivista e la portò a livelli mai prima nemmeno immaginabili. La fece diventare la rivista di moda più importante del mondo. Era la donna più influente di quegli anni e la donna che vestiva con più stile. Era una lavoratrice instancabile ed il lavoro la assorbiva completamente, anche a spese della famiglia. Era di una volontà ferrea e si dice che lavorarci assieme non fosse affatto facile. Ciononostante, molte sue redattrici la rimpiansero molto quando infine lasciò il giornale. Sapeva sempre perfettamente quello che voleva e ciò per un capo è assai importante. Era quella che diceva ai suoi collaboratori:Se non trovate quello che vi chiedo, inventatelo!”

Quando cominciò a lavorare nel campo della moda aveva trent’anni ed il suo successo attraversò tutti gli anni Sessanta. Anni meravigliosi e ricchi di cambiamenti, in ogni campo dalla musica, alla moda, al costume. Si pensi alla minigonna di Mary Quant, al fascino androgino della modella Twiggy, ai costumi sfoggiati dalle star di Hollywood, sulle spiagge della Costa Azzurra, ai tessuti stampati introdotti in quegli anni.

Ma chi rese evidenti tali fenomeni e fece in modo che essi avessero un profondo i patto sulle abitudini e sul costume dell’epoca fu proprio lei, Diana, attraverso la sua rivista Vogue. La moda rivoluzionaria da lei sostenuta aveva assunto un carattere sensuale ed azzardato come mai prima era avvenuto. Senza di lei quei fenomeni sarebbero passati forse inosservati e non avrebbero prodotto i cambiamenti che vi furono. Diana era divenuta la vera icona della moda, l’imperatrice del gusto ed una profonda innovatrice del costume. La rivista da lei diretta divenne il palcoscenico su cui si mostravano tutti i cambiamenti dello stile ed essa spingeva le lettrici in una realtà nuova in cui le donne, di qualunque ceto potevano imparare a sognare degli abiti e degli accessori dell’alta moda.

Nel 1942 lasciò la rivista e divenne curatrice creativa del Metropolitan Costume Institute. Si ritirò dalla vita pubblica e visse appartata fino alla sua morte avvenuta il 22 agosto 1989. Il suo esempio fu seguito da coloro che la seguirono. Una fra tutte Anna Wintour, altra celebre direttrice di Vogue, che fu considerata la sua vera erede.

Foto: Lynn Gilbert / CC BY-SA 4.0

Fonte: https://le-citazioni.it/autori/diana-vreeland/

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