Artemisia Gentileschi

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-di Giuseppe Esposito-

Artista e donna, un binomio quasi impossibile per l’epoca in cui visse Artemisia Gentileschi, il secolo XVII. Ma se alle prime due definizioni cerchiamo di aggiungerne una terza: indipendente, allora la miscela si rivela inammissibile per i suoi contemporanei, essendo lei la prima pittrice della nostra storia dell’arte.

Eppure Artemisia fu tutto questo e la sua figura ha affascinato i movimenti femministi che, per primi hanno tratto fuori dall’oblio questa figura che, nonostante i suoi meriti artistici, era più conosciuta all’estero che in Italia. Le opere di Artemisia affascinano per la sensualità che sprigionano, per il realismo caravaggesco e per la loro drammaticità che sembra richiamare quella che caratterizzò la sua vita.

Nata a Roma da Orazio e Prudenzia Mantoni, l’8 luglio del 1593, prima di sei figli, Artemisia si trovò a vivere nella città che era forse il centro artistico più importante dell’epoca. A dodici anni rimase orfana della madre e fu costretta ad occuparsi dei suoi fratelli. Ma nel contempo osservava estasiata l’attività del padre e mostrò precocemente il suo talento, tanto che il padre stesso l’avviò al mondo della pittura cominciando dai rudimenti fondamentali: la preparazione dei materiali, la macinazione dei colori, l’estrazione e la raffinazione degli oli, la realizzazione dei pennelli e la preparazione delle tele. A quindici anni, intorno al 1608 Artemisia più che un’allieva si poteva già considerare una collaboratrice attiva del padre, sulle cui tele interveniva. Il suo esordio nel mondo pittorico come autrice avvenne nel 1610 con la realizzazione della tela Susanna e i vecchioni, in cui gli esperti riconoscono influssi del Caravaggio e della scuola bolognese del Carracci.

Nel 1611 il padre decise di affidarla agli insegnamenti di Agostino Tassi, virtuoso della prospettiva in trompe-l’oeil. Ma costui era davvero un pessimo soggetto, con dei trascorsi burrascosi ed il sospetto di essere stato il mandante del tentato omicidio della moglie, fortunosamente scampata.

Costui prese ad avanzare ripetuti approcci sempre respinti dalla fanciulla, fino a che con la complicità di una vicina dei Gentileschi nella casa di via delle Croce, non arrivò a stuprarla. All’epoca si poteva evitare di finire in galera per stupro con un matrimonio riparatore, cosa che il Tassi, per ottenere il silenzio della ragazza promise. Ma quando elle venne a sapere che il suo stupratore era già sposato, rivelò tutto al padre che denunciò il Tassi. Il processo che ne seguì fu, come avviene ancora oggi, particolarmente penoso per la giovane. Dovette sottoporsi ad una serie umiliante di visite ginecologiche e fu infine interrogata sotto tortura, perché, secondo gli intendimenti del tempo, avrebbe così detto la verità. La tortura cui fu sottoposta era quella della Sibilla, consistente nel legare ai pollici due cordicelle che, strette tramite un manganello, potevano stritolare le falangi. Artemisia rischiava dunque, se non fosse stata creduta di non poter più impugnare i pennelli.  E la ragazza raccontò come i fatti si fossero svolti e le sue parole furono:

Serrò la camera a chiave e dopo serrato, mi buttò su la sponda del letto, dandomi con una mano sul petto; mi mise un ginocchio tra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatica per alzarmeli, mi mise una mano col fazzoletto alla gola e alla bocca acciò che non gridassi e le mani coi quali prima mi teneva, con l’altra mano mi lasciò, avendo prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntandomi il membro alla natura prese a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai capelli et, avanti che lo mettesse dentro, anco li detti una stretta al membro che gliene levai anco un pezzo di carne.” 

Per fortuna il reo ammise infine la sua colpa e fu condannato. Per Artemisia, però, rimanere a Roma era diventato pressoché impossibile e dunque dopo aver sposato in fretta e furia un modesto pittore fiorentino Pierantonio Stiattasi, lo seguì a Firenze. Lì riuscì a stringere una fitta rete di relazioni  e fu bene accolta anche da Cosimo II de’ Medici. Conobbe Galileo Galilei col quale intrattenne per molto tempo una corrispondenza epistolare. Cono, il nipote omonimo di Michelangelo Buonarroti, la introdusse nella migliore società, procurandole molte commesse.

Tuttavia, il matrimonio, dal quale pure erano venuti quattro figli, Giovanbattista, Cristofano, Prudenzia e Lisabella, non fu felice ed il marito non faceva altro che sperperare i denari guadagnati dalla moglie, indebitandosi con mezza Firenze. Artemisia fu dunque costretta a tornare a Roma dove, sebbene molto apprezzata, le commesse scarseggiavano. Andò per questo a Venezia dove lavorò abbastanza, ma decise infine di recarsi a Napoli dove il soggiorno divenne praticamente definitivo.

La città era tra le più popolose d’Europa ed era un centro culturale vivacissimo in cui operavano pittori quali Caravaggio e Carracci, De Ribera e Massimo Stanzione. Ottenne qui, per la prima volta una commessa per tele destinate ad una chiesa, la Cattedrale di Pozzuoli per la quale realizzò San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli, L’Adorazione dei Magi e i santi Procolo e Nicea.

Vi fu poi un intermezzo di alcuni anni a Londra, alla corte di Carlo I, insaziabile collezionista di opere d’arte. Ma alle prime avvisaglie della Guerra Civile, Artemisia riparò di nuovo a Napoli. La data della sua morte non è certa, ma pare che avvenne durante l’epidemia di peste del 1656. I suoi detrattori non si arrestarono nemmeno dopo la sua morte, tant’è che era tristemente noto l’osceno sonetto di Francesco Loredano e Pietro Michiele che suonava così:

Col dipinger la faccia a questo e a quello

Nel mondo m’acquistai merto infinito

Nell’intagliar le corna a mio marito

Lasciai il pennello e presi lo scalpello.

Gentil’esca dei cori a chi vedermi

Poteva sempre fui nel cieco mondo.

Hor che tra questi marmi mi nascondo

Sono fatta Gentil’esca dei vermi.

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