Storie di campioni: Garrincha, l’allegria del popolo

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-di Emanuele Petrarca-

Il Brasile è patria di stelle luminose di un calcio che non è mai stato troppo avvezzo a schemi tattici rigidi o ad una solidità di pensiero, ci provò, dopo il celebre Maracanazo del 1950, a proporre un concetto “Europeo” di calcio, ma non ci riuscì, fallendo miseramente.

La straordinaria bellezza e irrazionalità dei funamboli verdeoro ha sempre affascinato la cultura calcistica mondiale che vedeva nelle gesta dei brasiliani qualcosa di innato, impossibile da replicare.

Per anni la ricetta del “Futbol Bailado” si è tramandata di generazione in generazione con risultati più o meno importanti. Il dribbling è alla base di tutto, la massima espressione del divertimento calcistico che non diventa più movimento ma danza sinuosa da una parte all’altra del terreno di gioco.

Insegnamento, quello dell’arte del dribbling, che ha avuto più professori, ma solo uno ha dato il via ad una vera e propria rivoluzione del concetto: Manoel Francisco dos Santos, meglio noto come Garrincha.

Non fu una vita facile quella di Garrincha che lasciò il mondo esattamente il 20 gennaio 1983 in povertà, con un corpo dilaniato dall’alcool e in totale solitudine, eppure, nella vita di Manoel detto anche Manè, c’era quella sregolatezza e quel menefreghismo per i canoni e per gli schemi abituali che metteva all’interno del campo.

Nella vita di tutti i giorni, Garrincha era un ragazzo che si lasciava andare alle passioni, la leggenda vuole che abbia avuto 14 figli con 6 donne diverse, dipendente dall’alcool e in preda a forte depressione anche a causa della sua condizione fisica (una gamba era più piccola dell’altra, strabico, spina dorsale deformata, ginocchio destro affetto da valgismo e sinistro da varismo e una lunga serie di altre cose).

Il destino non gli aveva donato la normalità desiderata e forse anche per questo accettò una vita spregiudicata, ma quando entrava sul campo da calcio, il brasiliano aveva la capacità di trasformare tutti i suoi problemi in grandi pregi.

Si può, senza remore, dire che Garrincha è stato (ed è tutt’ora) il più grande funambolo della storia del calcio, tutto grazie proprio ai suoi difetti: le sue particolarità generiche gli conferivano un baricentro imprevedibile, uno scatto senza eguali e la possibilità di cambiare passo e tempi di gioco in un brevissimo spazio rendendolo imprendibile per gli avversari.

Garrincha in campo sorrideva, non solo per sbeffeggiare un rivale dopo il dribbling, ma perché questo gesto tecnico era la trasposizione del suo concetto di vita: libera e senza catene.

Lo dimostrò anche in un’amichevole contro la Fiorentina (quando il Brasile si preparò per un Mondiale) in cui si fece beffe di 4 difensori Viola, più il portiere Sarti per poi scaraventare in rete il pallone, ma non solo.

Tornando all’esperimento brasiliano di un calcio “tattico”, fu proprio la spedizione in Svezia del ’54 a riportare i brasiliani sul proprio pianeta con il CT Feola che, inserendo in formazione Garrincha e Pelè che decisero di giocare in maniera opposta alle volontà del mister, capì immediatamente qual era la giusta strada da intraprendere.

Di quel Mondiale, si parla spesso delle gesta di Pelè, ma molto meno delle funamboliche prodezze compiute da Garrincha che fu a mani basse uno dei migliori. Nel 1962, con Pelè fuori per infortunio, fu proprio lui a trascinare il Brasile ad un nuovo titolo Mondiale prendendosi il soprannome di “Alegria do povo” (allegria del popolo).

Tutta la Nazione amava il gioco di Garrincha, vedendone la sacralità dei propri usi e costumi, un urlo all’Europa che attestava l’essere “speciali”, unici nel proprio genere e vantarsene.

 

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