Storie di campioni: Gaetano Scirea, un fuoriclasse normale

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di Emanuele Petrarca-

Non sempre le bandiere di una singola squadra nutrono la dovuta simpatia a tutte le tifoserie italiane e uno dei motivi, magari, è proprio l’appartenenza ad un club magari “rivale”.

Eppure, c’è stato un atleta che ancora oggi è amato da tutti, pur essendo stato una irriducibile bandiera dei colori bianconeri della Juventus. Quell’atleta era Gaetano Scirea.

La grandezza di Scirea è stata quella di essere riconosciuto come uomo prima che come calciatore e se la grandezza del difensore sul campo da gioco era praticamente immensa, la qualità dell’uomo e la bontà d’animo che esso dimostrava in ogni occasione erano addirittura più grandi del carattere agonistico.

Parlava poco, Scirea, ma era un uomo di tanti fatti che viveva di calcio, amava il calcio e, ancor di più, amava il rispetto. Il suo stile difensivo era un saggio di bellezza e di strapotere tecnico e tattico, capiva il gioco un tempo più veloce degli altri, ma, come detto, era sempre il rispetto che lo caratterizzava.

In 16 anni di carriera mai una volta è stato ammonito o espulso, non serve essere rudi quando sai esattamente in che posto essere e in che tempo affondare il tackle.

Un leader amato e rispettato da tutti, con il dono del talento calcistico, ma dallo sfortunato epilogo. Morì in Polonia a causa di un assurdo incidente d’auto mentre visionava dei talenti per conto della Juventus lasciando un vuoto incolmabile nella vita di tutti e, in particolare, quella dei suoi familiari nei quali bisogna inserire anche Dino Zoff con la quale aveva un rapporto praticamente fraterno.

Boniperti disse che al momento dell’acquisto, il presidente dell’Atalanta del 1974, ovvero Bortolotti, concluse l’accordo dicendogli: “uno così non lo avete mai visto”, ed era vero.

Era figlio della dimensione umana che il calcio dovrebbe sempre avere perché per quanto fosse un calciatore estremamente dominante, avevi sempre l’impressione di guardare un amico, un uomo che preferiva restare nella dimensione terrena di “ragazzo perbene” rispetto che innalzarsi a icona, alieno inarrivabile per chi lo guarda.

Destino ha voluto, che più lui ha cercato di tramandare normalità, più, a causa del suo tragico epilogo, la sua figura si è innalzata a caratteristiche divine.

Ha interpretato il ruolo di difensore con grande acume tattico, curando alla perfezione la fase difensiva, ma anche quella d’attacco anticipando di molti anni il concetto di difensore come iniziatore dell’azione.

Era talmente propositivo da dover essere chiamato “libero”, perché non era un difensore fisso, era una sorta di jolly, libero dagli schemi per imprimere il suo carattere di calciatore decisivo. 32 gol in carriera non sono pochi per un difensore e nemmeno vincere letteralmente tutto ciò che si poteva vincere è una cosa banale.

Eppure, nonostante il talento, nonostante sia forse il miglior difensore della storia italiana, nonostante le vittoria, rimase sempre un uomo normale e un esempio di come il successo va vissuto con il sorriso e con il rispetto per chiunque si incontri.

Un difensore senza fronzoli, un uomo buono, semplicemente Gaetano Scirea.

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