Quelle poltrone che ci rubano i sogni

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L’eliminazione dai mondiali e il senso di appartenenza- di Giorgio Coppola-

Quando aprii la porta, due robusti operai mantenevano a fatica un grande scatolone. Era da consegnare, mi dissero. Chiamai mia madre, meravigliata più di me. Si, sono io, rispose, ma non abbiamo ordinato nulla. Entrarono nel salotto, entrambi sudati, sei piani a piedi aveva richiesto un notevole sforzo. Fuori l’estate si annunciava, e la scuola era già chiusa. Sgranai gli occhi sull’apertura del pacco. Ne uscì un televisore, marca CGE o, forse, Telefunken. Di certo, era uno dei primi modelli che trasmetteva a colori. Tra qualche giorno iniziano i mondiali, disse mio padre a cena. Argentina 1978. L’Italia schierava già Zoff, Gentile e Cabrini. In attacco, Roberto Bettega, colui che segnò alla formazione di Ardiles e Kempes, che, alla fine, vinsero, proprio come auspicava l’inno di quella manifestazione: “Argentina, a te Mundial”.

Per la prima volta la maglia azzurra della nostra nazione spiccava raggiante sullo schermo, come i colori delle altre squadre. Quello giallo dei carioca, ad esempio, che indossava Dirceu, che ci punì nella finale di consolazione, relegandoci al quarto posto. O quello arancione dell’Olanda, l’eterna seconda, priva del suo miglior talento, Johan Cruijff, che rifiutò di partecipare. Aveva paura del regime militare del generale Videla, che aveva ricacciato nel silenzio il pianto delle madri di Plaza de Mayo appena un anno prima.
Quattro anni dopo ero adolescente quando Pablito Rossi fece impazzire gli avversari e inorgoglire un popolo intero, condotto da un Presidente partigiano, che, dimentico di ogni formalità, si alzò in piedi dalla tribuna d’onore per applaudire Tardelli, che nel frattempo correva sull’erba, incredulo di aver infilato nella porta tedesca un missile da fuori area. Così, con la cadenza prestabilita, i mondiali di calcio hanno attraversato la mia vita, che vedeva crescere l’età, ma rimanere immutato quel rito di appartenenza ad un solo, indivisibile Stato. Con la famiglia, con gli amici, con chiunque ci fosse accanto, perché lo sport ha una valenza sociale, tra riscatto e patriottismo, epica e desiderio. È un momento in cui si dimenticano le divisioni che infestano gli altri giorni dell’anno, è una guerra senza morti, che vede sorrisi e pianti, dettati tutti dallo stesso sentimento: l’appartenenza.

Ora, dopo undici mondiali consecutivi, ci hanno rubato anche quel sogno, quelle estati italiane che cantavano la Nannini e Bennato nel 1990, quando fummo noi ad ospitare tutti gli altri. E non basta chiedere scusa per consolare le lacrime dei ragazzi. E nemmeno le mie, che volevo condividere le stesse emozioni di quel 1978 con i miei figli, quando avevo l’età che oggi hanno loro. Loro che non conoscono il bianco e nero dei televisori, e che fra quattro anni, forse, se ci qualificheremo, vedranno le partite con gli amici.
Il resto è il solito penoso ballo italiano intorno alle poltrone e a qualche stipendio milionario da regalare. Il resto è tutto ciò che ci divide, perché quel che ci unisce non hanno saputo restituircelo.

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