Milleculure: incontro con Patrizio Oliva

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Sudore e vittorie – di Claudia Izzo-

Entrare nella quotidianità delle persone ci mostra chi sono. Ci fa comprendere meglio cosa le animi, cosa dia loro quella spinta in più. E’ un pomeriggio di dicembre, si è fatta sera, le luci ed il brulicare di auto e persone mi ricordano dove sono: Soccavo, quartiere dell’area occidentale di Napoli, ore 18.30. Mi trovo in un palazzetto polifunzionale che riassume in sé tutta Napoli in un nome: Milleculure. E il pensiero vola a Pino Daniele, perché qui, tutto è così, a Napoli una cosa rimanda all’altra in un girotondo di colori, che sia mare, che sia musica, che sia sport. Qui, come in ogni altro luogo, ed ancora di più, ci sono belle storie da raccontare.

Mi faccio annunciare, ho innanzi una porta a vetri. Lo mandano a chiamare, arriva Patrizio Oliva che mi accoglie con un sorriso contagioso. Colui che ha fatto la storia del pugilato italiano è innanzi a me e mi conduce nella sua quotidianità fatta di ring, di sacchi, di bambini. Mi chiede dieci minuti, deve finire di allenare un suo piccolo allievo. Questione di rispetto verso i più piccoli, verso coloro che vedono Oliva come un faro.

Lo guardo mentre allena e mi sembra un gigante che attinge dal suo bagaglio di campione per rapportarsi a chi è piccolo d’età, come piccolo era lui quando sognava di diventare campione. E guardandolo ripercorro con la mente  il suo spettacolo, “Patrizio vs Oliva”, tratto dal libro “Sparviero”, scritto a due mani con il nipote Fabio Rocco Oliva. Rivedo il ragazzo cresciuto a Poggioreale, il cimitero da un lato, il carcere dall’altro, una famiglia numerosa, cinque fratelli e due sorelle. E’ lui che faceva 15 km nelle assolate giornate napoletane o sotto l’acqua per raggiungere la Folgor, la palestra nei Quartieri Spagnoli, luogo frequentato da aspiranti pugili. E da topi. E’ qui che Patrizio si è sentito libero.

Lo guardo: è la summa dei suoi chilometri a piedi, dei suoi sacrifici, dei suoi sogni ben stretti tra le garze alle mani. Ho innanzi colui che sconfisse a Mosca il sovietico Konakbayer, colui che ha visto morire suo fratello Ciro a soli 16 anni, che ha assistito alla violenza tra le mura di casa, che ha sognato di farcela. E ce l’ha fatta,  ha “danzato” sul ring superando le sue paure, i suoi limiti.

-Bello vederti con i bambini, dopo una vita tra i campioni…”Nella mia palestra vengono tutti, anche coloro che non ce la fanno a pagare la retta. C’è tanta gente che non ce la fa, ma vorrebbe allenarsi. Mi ricordano come ero io…Qui si insegna prima di tutto il rispetto. La boxe mi ha salvato da brutte strade e brutte compagnie. E ad imboccarle, a volte, ci vuole davvero poco…”

Sono qui perché Patrizio cede i suoi guantoni al Museo Teatro di Salerno, progetto di Sergio Mari, dove gli oggetti dei campioni parlano attraverso la voce degli attori, a Palazzo Genovese dal 13 al 29 dicembre. Un teatro dinamico per raccontare gesta, campioni, periodi. Qui Patrizio Oliva sarà premiato stasera da un altro campione, Giuseppe Galderisi  I tanti oggetti di Oliva che lo hanno accompagnato in una vita sono stati donati per aste di beneficenza, i guantoni delle tante sfide “li ho donati alla Madonna dell’Arco, dovevo” dice, porgendomi un altro paio di guantoni bianchi e azzurro che parlano di lui, quanto e più dei primi; sono quelli con cui allena i suoi ragazzi. Con questi, allena il futuro a realizzarsi.

Una storia la sua, che quando l’ascolti, te ne vai diverso. Non sei più quello di prima.

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