L’esercito di terracotta in esposizione a Napoli

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Pregi e difetti della mostra aperta sino al 28 gennaio ‘18 –

di Giorgio Coppola-

 

Immaginate di ricostruire una piccola parte di Pompei, e di imballarla prima di spedirla in giro per il mondo. Una mostra di tal genere potrebbe essere denominata “Le rovine di Pompei”. Ora, ponetevi alcune domande. La prima è quale senso artistico abbia un’operazione di tal genere. La seconda è se sia giusto che l’archeologia si trasformi in una impresa di ripetizione di capolavori antichi. La terza è se un’esposizione simile, chiusa in un piccolo spazio espositivo, possa rendere appieno la grandezza del passato.

“L’esercito di terracotta”, fino al 28 gennaio 2018 in mostra presso la Basilica dello Spirito Santo, in via Toledo, a Napoli, è sostanzialmente questo. Trattasi, difatti, di una riproduzione moderna di centosettanta soldati di argilla, ritrovati, per puro caso, nel 1974 in Cina.

Siamo nella provincia Shaanxi. Un contadino, intento a cercare una sorgente d’acqua, si imbatte in antiche statue, coperte e mantenute nei secoli da numerosi strati di terreno. Ad oggi sono state portate alla luce millesettecento, delle ottomila previste, e sarebbero parte di un finto esercito posto a protezione della tomba di Qui Shi Hungdi, il primo imperatore che riuscì nell’intento di unificare tutti i territori e i popoli, che da anni, si combattevano.

Dei cinquantasei chilometri quadrati dell’intera necropoli, solo venti sono stati oggetto di scavo; anche il mausoleo, che conterrebbe le spoglie dell’imperatore, morto improvvisamente intorno ai quarant’anni, resta ad oggi sepolto. Gli archeologici locali sono scettici sul recupero, un po’ per paura di danneggiamenti, un po’ per spiritualità. Shi Huangdi è particolarmente venerato per essere stato il fondatore della Cina (siamo intorno al 200 a.C. ), ma anche per essere stato colui che iniziò la costruzione della grande muraglia e che per primo diede a tutti una lingua comune.

 

Quella visibile a Napoli è, dunque, una piccola riproduzione, fatta da artigiani moderni, di quanto è meravigliosamente custodito in quei luoghi lontani, e che l’Unesco ha dichiarato patrimonio universale. La sua visione spinge, pertanto, a dare risposte alle domande iniziali, anche per comprendere appieno la portata di un’esposizione tanto pubblicizzata. All’interno del percorso sono, tra l’altro, presenti numerosi pannelli esplicativi, che, non solo risultano spesso ripetitivi, ma altresì lacunosi. Sembrano mancare, infatti, dati tratti da approfondite ricerche di studiosi storici. Molte notizie sono recuperate dagli scritti di Sima Qian, una sorta di Tacito cinese, che, però, è stato oggetto di numerose critiche, per la sua presunta non obiettività.

Di certo, la mostra è adatta ad un pubblico di giovanissimi, e può essere lo spunto per un viaggio sui luoghi reali. Godere di Pompei alle falde del Vesuvio è ben differente dal viverla in un lontano museo cinese, riprodotto in piccole proporzioni.

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