Antonio Ligabue in mostra a Napoli

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Al Maschio Angioino fino al 28 gennaio 2018-

di Giorgio Coppola

La follia della poesia, o la poesia della follia? Studiare la biografia dei grandi artisti serve a capire cosa si cela dietro il gesto creatore di un’opera immortale. Al contempo, serve a scoprire che la vita artistica e quella biografica, spesso, viaggiano su binari paralleli, per incrociarsi in un solo punto. Ed è proprio in quell’attimo che esplode l’energia determinante la nascita di una supernova. Forse è proprio questo alla base del vagito dell’Universo, e noi, che ne siamo parte, restiamo la sua costante ripetizione.

Leggere la storia di Antonio Ligabue lascia un segno di oscurità sui nostri volti, ed è lo stesso segno che ritroviamo pennellato nei numerosi autoritratti che il pittore ci ha lasciato. La mostra in corso nella Cappella Palatina del Maschio Angioino in Napoli ci proietta all’interno della vastità dell’animo umano, tra arte e pazzia, come fossimo in una stanza isolata di un manicomio, dove tutto è possibile. Dove la normalità non trova più casa. Dove tutte le nostre certezze si tramutano in dubbi. Gli abbandoni, la miseria, l’emigrazione, gli istituti psichiatrici sono alla base dell’educazione di Ligabue, eppure, nei boschi lontani e isolati dalla civiltà, qualcosa accende la passione di un uomo, ed è l’incontro che ha concesso alla sua stella il dono dell’eternità. Neanche il successo stentatamente raggiunto in vita è riuscito a trasformare la sua esistenza da povera a degna di essere vissuta. Il male aleggiava sulla testa di Ligabue, minandolo in continuazione, sì da privarlo di ogni pur minimo scampolo di felicità. Eppure, egli stesso aveva previsto che un giorno il mondo si sarebbe accorto di lui, un giorno lontano in cui proprio lui non ci sarebbe stato più. E così è avvenuto.

La Fondazione che reca il suo nome, meritoriamente, porta avanti il progetto di sostenerne la memoria, e sarebbe un peccato non godere di questa esposizione, che copre tre diversi periodi, tutti, però, accomunati dagli stessi incubi che hanno attanagliato la vita del pittore. Nei quadri si alternano i combattimenti delle fiere – tigri, leoni, e ghepardi che lottano contro serpenti e altri animali, alla conquista di una preda -, a scene di vita contadina, fino alla sua faccia triste, dipinta sempre con la stessa smorfia, gli occhi rivolti a destra, e uno scavo sulla guancia. Su una parete, la televisione trasmette lo sceneggiato datato 1977 che ripercorre le tappe biografiche, con lo straordinario Flavio Bucci a interpretare un artista controverso e ai limiti della pazzia, che, però, sapeva dipingere le alienazioni che lo frustravano come solo i grandi geni hanno saputo fare (basta ricordare Vincenzo Gemito).
La mostra chiuderà il 28 gennaio 2018 e contiene oltre ottanta opere, tra dipinti, sculture e incisioni.

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