2018: Anno Europeo del Patrimonio Culturale

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Come usufruire dei fondi stanziati dall’UE?

Il 2018 è stato proclamato anno europeo del patrimonio culturale. Memoria, comprensione, identità, dialogo, coesione e creatività. Questo è tutto ciò che il patrimonio culturale dei singoli Stati aderenti può donare all’Europa unita. Dunque, cultura come fonte di crescita economica in contrasto con la diminuzione dei bilanci pubblici e l’incremento delle pressioni fiscali. Gli obiettivi sono quelli di promuovere il ruolo del patrimonio, rafforzare il suo contributo all’economia e alla società sino ad elevarlo quale elemento importante della dimensione internazionale della Unione Europea.

Sono otto milioni di euro quelli stanziati a favore degli Stati membri, che si aggiungono ai finanziamenti ordinari. Ne beneficerà, ovviamente, anche l’Italia, che può vantare un patrimonio stimabile in duecentosessanta miliardi di euro. Di certo è il punto di forza del nostro paese, che, infatti, ha un ricavo pari a trenta miliardi grazie al solo turismo culturale. Nonostante questo, il belpaese è arretrato quanto ad organizzazione del settore, e l’emergenza è troppo spesso una costante. L’occasione è, quindi, ghiotta per poter migliorare, usufruendo dei fondi per rafforzare i punti deboli. Ma come?

In attesa di vedere quali saranno le iniziative governative, il giornale La Stampa evidenzia la fragilità della macchina amministrativa e la necessità di intervenire, magari prevedendo un centro di competenza centrale, che possa essere di aiuto alle Regioni e alle realtà locali.

Quello che, però, sembra più evidente, in senso negativo, nel cittadino italiano è la mancanza di coscienza intorno al valore e del patrimonio e della cultura stessa, ritenuta per lo più non produttiva di reddito (risuona ancora l’eco delle parole dell’allora Ministro Tremonti, “con la cultura non si mangia”). Questo, unito alla dissociazione tra sé e res publica (come se il bene di tutti non fosse anche un bene personale), ha generato un allontanamento anche dalla memoria storica, dimenticando che senza passato non si costruisce nessun futuro. Sarebbe, allora, opportuno che una parte dei fondi venisse utilizzato per incidere non sulla cultura in generale, ma su quella del singolo appartenente allo Stato, sulla sua necessaria partecipazione attiva al patrimonio della comunità come interesse personale, allontanando gli spettri dell’egoismo e dell’accaparramento per fini esclusivistici. Insomma, una scuola di pensiero che insegni valori perduti, che crei generazioni di cittadini pronti a difendere ciò che siamo stati, guardando con maggiore positività alla società di cui si è parte, e che si evolve solo se tutti sono disposti ad impiegare parte delle proprie energie. Magari sfruttando le tecnologie moderne, perché questo è il futuro che conserva l’arte che ci ha forgiato.

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