Nel comune di Volturara Irpina la magia della Piana del Dragone

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di Giuseppe Esposito

L’Italia si sa è uno dei paesi più belli al mondo in cui alla dovizia di doti elargite dall’Altissimo, si sono sommate, col passare dei secoli, le meraviglie dell’arte per opera dell’uomo. Oggi forse quella straordinaria capacità creativa sembra un po’ appannata,  indirizzata verso campi in cui la bellezza cede al fascino spregevole del vile denaro. Anche la bellezza del paesaggio è stata fortemente offesa dalla mano dell’uomo, ma ancora vi sono luoghi universalmente conosciuti che continuano ad attirare visitatori da tutto il mondo.

Accanto a quelli più noti vi sono però luoghi ancora poco o nulla conosciuti e la loro scoperta avviene spesso per caso. In provincia di Avellino, in quella che è definita la verde Irpinia, vi sono non pochi luoghi di grande valenza ambientale e paesaggistica. È questa la terra degli antichi Hirpini, gente fiera di stirpe sannitica e lingua osca che resistette a lungo alla conquista romana, fino al I secolo a.C. quando, al termine della sanguinosa guerra sociale, fu costretta alla resa perdendo la sua cultura e la sua lingua. In cambio ottennero, però, l’ambita cittadinanza romana.

Non lontano da Avellino, che ne è il capoluogo, l’Irpinia presenta uno dei luoghi di maggior fascino, un luogo particolare: la Piana del dragone. Essa è posta al margine del territorio di Volturara Irpina, in una conca naturale dei monti Picentini. È un territorio il cui aspetto muta profondamente al cambiar delle stagioni, assumendo aspetti assai differenti a seconda che si sia in inverno o in estate. Si tratta di un bacino di origine carsica che ricopre un ruolo fondamentale per l’approvvigionamento idrico di ben tre regioni: Campania, Puglia e Basilicata.

È un luogo che, definire stupendo, non è per niente inappropriato. Si estende su una superficie di 1100 ettari ad una altitudine di 685 metri sul livello del mare, è completamente circondata dai monti, tra cui il Terminio ed ha quindi la forma di una conca naturale. Fino ad alcuni secoli fa, le acque piovane, dilavanti dai fianchi del Terminio, causavano spesso, violente inondazioni che distruggevano parte dell’abitato di Volturara fino a quando, il 5 dicembre 1456, a seguito di un forte terremoto, si aprì nei fianchi del monte una profonda voragine, un inghiottitoio che venne denominato Bocca del Dragone. L’apertura è in comunicazione con la falda freatica sottostante il Terminio e la piana comunica con esso attraverso un breve fiume della lunghezza di 75 metri. Tale canale permette alla acque al di sopra di un certo livello di defluire nel sottosuolo, mentre quelle che si trovano nella parte più depressa restano in superficie e formano il lago detto del Dragone.

Intorno all’inghiottitoio, nel corso del tempo è sorta una leggenda che vede protagonista un orribile drago a tre teste,

Flagello delle popolazioni circostanti. Il dragone installatosi nella profonda caverna apertasi nel fianco del monte faceva strage di uomini e distruggeva ogni cosa al suo passaggio, così, gli abitanti di Volturara svolgevano a riti sacrificali.

Finalmente un giorno arrivò nella zona un guerriero di nome Gesio, alto più di due metri, capelli biondi e occhi azzurri che ne sottolineavano l’origine nordica; indossava una possente armatura ed un lungo mantello; al braccio aveva uno scudo rotondo su cui era uno stemma rappresentate tre colline, una quercia ed un corvo. Avvicinatosi ad una sorgente per bere, il guerriero scorse una fanciulla in lacrime. Impietosito, le si avvicinò, strappò un lembo del suo mantello e lo porse alla giovane affinchè asciugasse le sue lacrime.

Le chiese poi il motivo del suo dolore ed apprese dei giovani da dati in pasto al terribile dragone, alcuni dei quali erano suoi amici. A quel punto, senza alcuna esitazione, Gesio si diresse verso l’antro della terribile bestia. Si addentrò nella caverna, ne percorse le gallerie e mentre penetrava sempre più a fondo sentì l’aria farsi sempre più irrespirabile, ammorbata dall’alito infernale del mostro. Infine lo scorse, mentre era intento a divorare alcuni di coloro a lui immolati. Gesio sguainò la spada e si lanciò contro il drago. Ma fu morso alle gambe e al braccio sinistro, e mentre stava per soccombere,  raccogliendo tutte le sue forze residue, riuscì ad infilare la spada nell’unico occhio del mostro. Spinse la lama fino all’elsa e riuscì a raggiungere il cuore del dragone che stramazzò, finalmente, in terra. E lì, dove le teste toccarono il terreno si aprirono tre profonde voragini. Quelle stesse che ancor oggi si possono osservare alla bocca dell’inghiottitoio. Ad esso, per questo motivo venne dato il nome di Bocca del Dragone.

La leggenda è come le favole di una volta, che si raccontavano davanti al fuoco del camino e che facevano aleggiare intorno un’aura di magia. Ma se il tempo delle favole è finito, ancora rimane nella piana una magia che rende il luogo incantevole e che gli fa cambiare aspetto al mutar delle stagioni. Durante l’inverno infatti le acque che scendono dai monti circostanti, riempiono completamente la conca e formano un piccolo lago, detto Lago del Dragone. Ma durante l’estate il livello delle acque si abbassa e la piana ci appare come un immenso prato di un  verde splendente, che si può attraversare a piedi, lungo una striscia di terra che il ritrarsi delle acque fa emergere. In questo modo ci si può ritrovare al centro di un  meraviglioso paesaggio di erba, alberi, nel mezzo delle montagne che fanno corona alla piana ed acqua che ancora riempie le zone più depresse della conca. La cosa da al luogo una magica atmosfera che da al visitatore l’impressione di essere al centro di un paesaggio incontaminato e primigenio. Un’esperienza che merita senz’altro di essere assaporata.

 

https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0

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