La Casa di Carta e altre storie

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Siamo ancora in quarantena ma quale occasione migliore per concedersi qualche ora davanti alla TV senza sentirci in colpa o senza ascoltare le lamentele di chi ci urla nelle orecchie “Sei ancora davanti alla TV?”.

Scherzi a parte, ma innegabilmente in questi giorni di forzato ma necessario isolamento, la TV ci dà una grande mano a trascorrere le lunghe giornate.

Ho appena finito di vedere su Netflix, tutta di un fiato (praticamente in due giorni), l’intera quarta stagione de La casa di Carta fantastica serie prodotta in Spagna, iniziata in sordina  ma divenuta prestissimo un successo mondiale. Se non avete visto le prime tre stagioni, dovete farlo prima di guardare la quarta, ma se invece siete stati bravi e le avete già viste (e sicuramente già apprezzate) non potete perdervi questa quarta stagione.

La serie, che racconta di una banda di ladri che progettano e realizzano furti spettacolari quanto pericolosi, è tra le poche che, al di là della trama e dei macchinosi e ingegnosissimi piani di furto, ha la sua peculiarità soprattutto nei personaggi che animano la storia e di cui non si può non innamorarsi.

Ma quelli sono i cattivi! Direbbe qualcuno. Si sono i cattivi, ma solo in apparenza. Ogni personaggio ha la propria storia, e qui gli autori sono stati bravissimi a descriverne i tratti caratteriali, con pregi e difetti, alcuni con ideali addirittura filosofici altri con ambizioni più realistiche, ma in ognuno c’è qualcosa che fa scattare nello spettatore un meccanismo di identificazione, e con un magnetismo tale da costringere a guardare l’intera stagione tutta di un fiato.

Alla fine è disponibile anche un ottimo making of di circa un’ora nel quale vengono svelati una serie di retroscena che appagheranno la curiosità dello spettatore e mettendo a punto un altro centro: alimentare il desiderio di una quinta stagione.

Sempre su Netflix suggerisco una miniserie in quattro episodi molto, molto ben fatta, ma soprattutto avvincente, basata su una storia vera che mette lo spettatore al cospetto di una realtà che in apparenza assolutamente irrealistica per la maggior parte delle persone ma che invece esiste ed è una realtà di New York.

La miniserie si intitola Unorthodox e racconta la vita e la fuga di Esty, una ragazza di 19 anni ebrea ortodossa appartenente della comunità chassidica di Williamsburg, un quartiere di New York.

In pratica si tratta di una fuga verso la libertà di una giovane ragazza che non può assecondare le proprie passioni, come quella per la musica, perché nella sua comunità la donna ha un ruolo (ed uno scopo) ben definito e fortemente limitato: essere moglie devota e madre, il tutto sempre e solo nel cono di luce proiettato dalla religione ortodossa più estrema.

La serie propone una doppia chiave di lettura del fatto realmente accaduto. Da un lato la storia di Esty, con le curiosità, le paure e l’enorme voglie di conoscenza di una giovane donna che si ribella al sistema, dall’altro la miniserie offre una visione (per molti inedita e sorprendente) estremamente precisa e dettagliate di una comunità nata a seguito dell’olocausto ma decisamente fuori ogni schema temporale.

Alla prossima e buona visione.

Nicola Olivieri

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