Un cimitero di croci bianche dove gli alberi di tasso parlano di immortalità.

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Venuti dal mare, ora riposano per sempre di fronte a quel mare che li ha spinti a riva per liberare una terra, che ora li custodisce nel suo grembo. Giovani inglesi, americani, australiani e neozelandesi, irlandesi e canadesi ed anche qualche ebreo si fermarono qui, quasi duemila, di ogni ordine e grado, di ogni età e corpo militare: dai Rangers del Texas ai Commandos dello Special Service Brigade. In quella notte, del 9 settembre del 1943, li accomunava la giovane età, l’ansia e la paura dell’operazione da portare a termine: combattere in una terra che non era la loro ma che sentivano di “dover liberare” e per la quale sarebbero morti. Immagino quel buio “inimmaginabile”, quella notte calma e senza vento, con il cielo sgombro da nuvole ed il mare liscio. Notte scelta accuratamente per far scattare “l’ora X”. Con la luna che sarebbe tramontata alle 0,57 e, quindi, alle tre e mezza nel momento di massima oscurità, questi ragazzi avrebbero potuto iniziare lo sbarco. In un’aria liquida e scura come l’inchiostro, utile per l’occultamento delle forze da sbarco ma che, sicuramente, gravava sugli animi, si lanciarono nella loro ultima impresa. L’oscurità era così fitta che non riuscivano ad orientarsi su un terreno piatto e privo di punti di riferimento. Quali stelle avrebbero cercato? Quale sostituto della luna per avere un po’ di chiarore che illuminasse anche i loro cuori? L’unica luce che trovarono furono i lampi delle mitragliatrici della Luft Waffe che li aspettavano a terra e che li falciarono come giovani steli. Combatterono e, a vicende alterne, giunsero al calar del sole. Non videro una nuova alba ben 1.846 persone: ragazzi che, probabilmente, conoscevano l’Italia solo come la patria degli “spaghetti e mandolino”, ragazzi del Texas o del Minnesota che non conoscevano neppure il mare ma che ora proprio il mare, con il rumore delle sue onde, li cullava e rasserenava il loro animo triste perché costretti a “riposare” lontani dalle loro case e dai loro affetti. “Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna !” Quando passo davanti al War Cemetery di Pontecagnano guardo immalinconita le tante croci bianche, tutte simmetricamente disposte, una uguale all’altra, come le giovani vite che celano e penso a loro, a questi soldati inglesi, canadesi, americani… che, però, ora non appartengono più a nessuna etnia, a nessuna razza se non quella “umana”, che gli orrori insensati di una guerra distrusse. Questo cimitero si trova nel luogo eletto del 1943 per seppellire i caduti nello sbarco sulle spiagge tra Eboli e Battipaglia, tra Capaccio e Salerno. Tutti facevano parte della famosa operazione “ Avalanche ” (valanga), che fu la seconda più importante operazione bellica della seconda guerra mondiale in Europa. Uno di questi giovani caduti si chiamava de Soisson; il padre, Louis de Soisson, famoso architetto inglese di origini francesi, ha progettato questo cimitero, dove ha lasciato riposare il suo giovane figlio. Ha preferito lasciarlo al caldo sole del Sud dell’Italia piuttosto che riportarlo nelle brumose nebbie d’Inghilterra. Il progetto è in perfetto stile inglese nella sua linearità, simmetria ed ordine. Lo spazio prativo, incorniciato da quattro edicole delimitate da dodici colonne di marmo, gli dà quell’austerità appena ingentilita dagli alberi di tasso. In Inghilterra, molto prima dell’Era Cristiana, i tassi venivano piantati nei luoghi in cui sorgevano templi pagani. Furono quindi adottati dalla Chiesa come “simboli sacri”. La relazione tra le piante sempre verdi e l’immortalità si perde nella notte dei tempi… Per me ogni cimitero ne dovrebbe avere almeno uno. Questo cimitero di guerra, come tutti gli altri in Italia, è gestito direttamente dal Governo inglese o, meglio, dalla Commonwealth War Graves Commission, istituita nel 1917, che ha come obiettivo quello di non far dimenticare i milioni di persone morte durante le due guerre mondiali. Riposate in pace ragazzi, non vi dimenticheremo mai! Good bye.

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