Femminicidi: intervista alla psichiatra Manuela Mangia

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Morti al femminile- di Claudia Izzo-
In un mondo sempre più sconvolto dalle morti femminili per mano di mariti, compagni, fidanzati, pretendenti, è difficile capire da dove nasca tutta questa rabbia, questa violenza Delitti perfetti, studiati o improvvisi, dettati da raptus…
Ne parliamo con la dottoressa Manuela Mangia, psichiatra salernitana
-Qual è il profilo di un “femminicida”? Ci sono caratteristiche ricorrenti?
“Tracciare il profilo di un femminicida non è cosa facile perchè i fattori che entrano in gioco sono molteplici. Un fenomeno come quello a cui stiamo assistendo possiede molte sfaccettature non sempre codificabili secondo schemi . Fattori  culturali, ambientali, l’attitudine ad esprimersi in maniera violenta, persino il possesso delle armi o l’abuso di sostanze rappresentano  alcuni degli aspetti su cui soffermarsi.
Certamente, senza voler etichettare come malati psichici questi uomini, un elemento rilevante è collegato al mutamento del rapporto uomo-donna e alla difficoltà connessa alla capacità di sostenere e rimodulare  una relazione ormai cambiata”
– Anche il rapporto di coppia è cambiato, sembra che si  cerchi nell’altro un’affermazione personale che poi nulla ha a che vedere con l’amore?
“Esistono personalità fragili che vivono il legame d’amore in maniera distorta e che, piuttosto che cercare un completamento con l’altro, rafforzano il bisogno di possesso assoluto nell’impossibilità di riuscire a vivere senza il partner, creando una sorta di dipendenza che sostiene e ipertrofizza l’idea non poter far a meno dell’ oggetto.”
-Spesso lasciare qualcuno, far comprendere all’altro che la relazione è giunta al capolinea diviene spesso la miccia innescante, l’incipit della tragedia futura…
“Di fronte all’abbandono, la reazione è contrassegnata non dalla comprensione del gesto nè dalla ricerca delle sue motivazioni quanto dall’impellenza di soddisfare le propre istanze.
In questa tipologia di legame dove tutto è vissuto sulle note della perdita personale, manca la capacità di includere l’altro nella propria sfera affettiva, di rispettarne la volontà, di comprendere i limiti e infine  di lasciarla andare. Si configura e si ingrandisce a dismisura la frustrazione e la incapacità di tollerare la perdita”

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