Franco Tuozzo, tra le eccellenze della ristorazione salernitana

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Il coraggio e la passione di un ragazzo del Sud- di Claudia Izzo-

Ha lavorato all’estero e visto tanti Paesi, dalla Francia alla Germania, dall’Australia all’In ghilterra, dagli USA alla Spagna, ma pensa sempre che il posto più bello del mondo sia l’Italia, in particolare l’Italia del Sud, da dove è partito. E’ qui che si sente confortato dal clima, dalla gente. Quando poi va a cavallo nella sua Buccino s’innamora ogni volta della bellezza del silenzio che avvolge gli uliveti.

Francesco Tuozzo, per tutti Franco, di strada ne ha fatta davvero tanta fino a diventare un affermato imprenditore della ristorazione di cui il suo locale “Portovecchio” ne è la testimonianza. Il ristorante, dal fascino un po’ retrò, cattura i clienti con le sue pareti di mattoni, rivestimenti in legno e dettagli marinari; qui gli antipasti e i piatti a base di pesce sono alchimie di sapori unici. Non manca la cura per i vini e la qualità di un’ottima pizza.  Proprio qui incontro Franco, nel suo regno, lo faccio giocare in casa, in questo luogo strategico della città avvolto dal fascino del Teatro Verdi, del mare e della Villa Comunale.

Alle pareti non mancano ricordi di una vita: l’encomio del papà carabiniere nella Seconda Guerra Mondiale datgli dal generale Alexander a Roma, l’onoreficenza di Cavaliere di Vittorio Veneto conferita al nonno e la foto della nave su cui Franco ha lavorato. Le maioliche della nostra costiera ci riportano allo splendore del territorio.

Prendiamo un caffè. Ho innanzi un uomo il cui sguardo è colmo di ricordi e di serenità.

-Dove sono le tue radici?

“A Buccino, dove vivevo in una società antica, con una cultura matriarcale. Mia madre era davvero la regina della casa, era lei a spronare noi figli a studiare, ad andare oltre i pantaloni infangati d’inverno e bruciati dal sole d’estate.  Ho frequentato le scuole rurali, di campagna, di cui ricordo l’oscurità delle aule senza vetri, senza finestre. Erano i primi anni di scuola elementare. Mia madre Maria Gallucci è stata il mio mentore, severa, austera, come erano le madri di un tempo, ma tutto, sempre, per il bene dei figli. Era solita dire- Ogni inizio è duro- E ci ho pensato spesso a questa frase;  ad ogni mio inizio c’erano le sue parole che mi davano la forza per fare i passi successivi, ed ancora, fin qui. Dal passato ci sente protetti. Mio padre Giuseppe è stato un angelo custode, era un uomo molto dolce, era stato carabiniere nella Seconda Guerra Mondiale e fu ferito ad una spalla. Se la mamma è mamma per istinto credo che il padre sia l’amico fedele dei figli. La sera ci metteva nella “tana” e ci copriva con una mantella militare. I miei genitori, nonostante le difficoltà, mi hanno dato sempre sicurezza, mi hanno spronato, mi hanno trasmesso l’educazione e il fatto che se vuoi rispetto nella vita, devi prima rispettare. Le regole della vita erano imperativi e non si transigeva, credo che questo apra le porte del mondo. Non mi vergogno di dire che avevamo poco ma ho avuto allo stesso tempo tantissimo.”

Quando hai capito che la ristorazione sarebbe stato il tuo domani?

“Alle scuole medie ho avuto la fortuna di incontrare il Prof Bono Ciriaco che amava ripetere “l’uomo più sa, più vale”. Così capii che per acquisire valore dovevo conoscere, sapere, studiare…Fu la prof di Matematica e Scienze Annamaria Cerulo a consigliare a mia madre di farmi frequentare l’Istituto Alberghiero e quelli sono stati gli anni più belli. Ho avuto docenti molto bravi ed ho frequentato la scuola con grande interesse. Di qui il passo è stato breve e nel 1971 ero nelle  Isole di Jersey a lavorare  in un grande albergo di lusso, nel 1972 ero a Miami sulla nave Song of Norway della  Royal Caribbean Cruise Line dove sono stato per cinque anni. E’ in Inghilterra che iniziò la mia avventura imprenditoriale con un salone di bellezza con sette ragazze come dipendenti. Sei mesi e lasciai tutto, sentivo che non era la mia strada. Aprii un ristorante con mio fratello Gerardo. Lo chiamammo “Il castello”. Mi tornò utile l’esperienza fatta a Cava de’ Tirreni in cui avevo imparato a fare la pizza. Volevo creare un locale italiano, una novità, dove si facesse la pizza, ma serviva un finanziamento che non era facile ottenere. Non dimenticherò mai  Mr Vasper, direttore della Banca. L’appuntamento avvenne al ristorante. Venne a parlare da me, ascoltò i miei sogni, ascoltò le mie idee.  Dopo aver sorseggiato un bicchierino di Strega mi disse- Noi finanzieremo il suo sogno. La sua idea vale tanto- La Banca mi finanziò cinquemila sterline. Nel Natale 1977 iniziarono i lavori e fu costruito il forno a legna per le pizze, che gli inglesi non conoscevano ed avevano paura che potesse causare danni. Il 20 aprile 1978 aprivo “Il forno” e fu un vero successo.”

Ma non ti sei fermato lì…

“Già perché la vera fortuna della mia vita è stato conoscere mia moglie Annamaria. Lei è di Malta ed era una hostess della British Airways, una bellissima ragazza, solare. Ci fidanzammo. Ma ad entrambi mancava il Mediterraneo. Malta ci sembrava piccola per metter su casa, così decidemmo di venire in Italia. Vendetti le quote del Ristorante ad un dipendente. Ci sposammo nella Chiesa di Santa Croce a Buccino. Lì si erano sposati i miei genitori, lì ho battezzato mio figlio. Annamaria è stata madrelingua inglese in Italia. Nel 1987 è nato Giuseppe che porta il nome del nonno. Intanto assumevo la gestione del Ristorante “La Brace”. Ho gestito poi per un anno “Nicola dei Principati” dove mi sono costruito un nome. Il 13 dicembre 1997 presi le chiavi e nel marzo ’98 aprii Porto Vecchio. Il successo arrivò dal primo giorno. Qui, la presenza di mia moglie con la sua eleganza è stato un elemento importante già nell’accogliere i nostri clienti.”

-Com’è formata la squadra di oggi di Portovecchio?

“I miei dipendenti lavorano con me da 20 anni, sono bravissimi davvero. Lo chef Salvatore Russo aveva 17 anni quando è arrivato da me, frequentava ancora la scuola alberghiera, Carmine Grimaldi è un valido supporto, abbiamo vissuto insieme l’emozione dell’apertura del locale. Luigi Russo, da sempre con me, ha responsabilità nella gestione, è il più curioso e mi ricorda come ero io da ragazzo. Insieme abbiamo costruito una squadra con tutti coloro che son subentrati dopo, coronata da mio figlio Giuseppe, che è arrivato cinque anni fa, dopo la laurea alla LUISS e le esperienze a Londra in una multinazionale e nel mondo della ristorazione. Senza togliere niente a coloro che stanno qui da sempre, voglio trasmettergli il concetto di continuità che è una ricchezza. Io quando arrivai in Inghilterra pensai di aver conquistato il mondo, ma la verità è che nella vita si entra dalla porta di retro per poi entrare da quella principale. Nella vita puoi cioè ereditare tutto ma non il rispetto, quello bisogna guadagnarselo. E’ questo che ho insegnato a mio figlio. Lui ha sposato Jomana, una splendida ragazza londinese di origine palestinese ed ora sono anche nonno, a Londra è nata Anna ed ora vivono a Salerno.”

Com’è stata la tua vita?

“La mia vita in Italia è stata bella, costellata di cose belle. Non sono mancati momenti difficili, continui bivi con decisioni importanti da prendere, ma la vita è una ruota che gira. Io sono felice ed appagato da un punto di vista sentimentale e professionale. Ho vissuto appieno la mia vita, mi sono seduto a tavola con aristocratici e non. La mia università è stata il marciapiede. Ho viaggiato con la mia famiglia, ho vissuto tutto insieme e per la mia famiglia. Viviamo con la convinzione che la vita sia tutta in piano, ma non è così. I momenti belli vanno goduti, l’essere umano non deve smettere di sognare senza dimenticare dove sono i nostri piedi. Dalla frazione di Ponte San Cono dovevo arrivare a Buccino a scuola ma non guardavo mai in alto la meta perché avrei visto il lunghissimo cammino che c’era da fare e non ce l’avrei fatta. Bisogna procedere, poi tutto arriva.”

-Qualche ricordo legato a qualcuno di importante per te?

“Nel 2004 ho avuto da me ospiti tutti i miei professori dell’Istituto Alberghiero: il prof Birra, Porpora, Buonocore, Marano, Bisogno, Petrone… ma indimenticabile è stato il momento in cui ho riabbracciato il prof Bono Ciriaco che ho avuto alle scuole medie a Buccino. Emozione pura. L’educazione, il rispetto, i consigli, lasciavano il segno e lui, con le sue parole, la vita me l’ha cambiata.”

-Quali insegnamenti trasmetteresti a tua nipote ?

“Che bisogna prima pensare poi parlare, la bocca è il peggior nemico dell’essere umano. Io mi sento ricco perché ho appagato i miei desideri. E comunque, il mio desiderio più bello è quello di essere in pace. Amiamo quello che abbiamo, sono le cose costruite con sacrificio che ci appartengono, ma ricordiamoci che lasciamo di noi solo il ricordo. In questo mondo veniamo nudi e ritorniamo nudi alla terra. Un vecchio detto recita “La superbia va a cavallo e torna a piedi”.

-Cosa speri?

“La speranza l’ho riposta in un dono per mia nipote Anna alla sua nascita. Le ho regalato un brillante sperando che la sua luce possa guidarla mostrandole la saggezza.”

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