Sbarchi di migranti. “Diverso da chi?”

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-di Michele Bartolo-

Con l’approssimarsi del periodo estivo, stanno riprendendo gli sbarchi dei migranti sul territorio italiano e ritorna prepotentemente sullo scenario del dibattito sociale e politico la questione delle politiche migratorie e la ricerca del difficile equilibrio tra difesa della sicurezza e della salute dei nostri connazionali e  tutela della vita di centinaia di persone che cercano approdo nei nostri porti.

Si è spesso accennato alla parola razzismo o, meglio, si è sbrigativamente bollato come razzista chi ponesse la questione della insostenibilità di una politica dell’accoglienza a lungo termine, che, al di là dei proclami di facciata, non garantisce e non tutela non solo i cittadini del nostro Stato, ma gli stessi migranti, costretti a sopravvivere in condizioni disumane o messi nell’impossibilità di trovare una sistemazione ed un lavoro decorosi.

Ma tant’è, la parola d’ordine è pacifismo, buonismo, rispetto della vita, che spesso si identifica con la strumentalizzazione di immagini terribili di bambini o giovani donne incinte che trovano la morte in mare, nel disperato tentativo di raggiungere la libertà ed una vita migliore. Se queste sono le premesse, certamente nessun essere umano degno di questo nome potrebbe rimanere insensibile dinanzi a una tragedia umana di queste proporzioni.

Ma la realtà è ben diversa, come ci ricorda anche quanto sta di nuovo accadendo in questi giorni. Nell’estate del 2019, prima che esplodesse la pandemia sanitaria che ha catturato tutta l’attenzione dei riflettori mediatici, accadde un episodio sintomatico delle contraddizioni e delle iniquità della nostra amministrazione pubblica, che istiga ad una guerra tra poveri ed alla emersione anche di quegli episodi di intolleranza e rigetto del diverso, che spesso strumentalmente si denunciano per porre sotto accusa il sentimento di un intero popolo.

Mi riferisco all’assurda odissea del traghetto Egnazia della compagnia Grimaldi, protagonista di una traversata infernale sulla rotta Salerno-Catania. Un viaggio di vacanza, infatti, si trasformò in un incubo per i 250 passeggeri a bordo (tra cui molti bambini), quando alle quattro di notte, a causa probabilmente di un blackout, andò via la luce, smise di funzionare l’aria condizionata, tutti i servizi igienici e sanitari rimasero fuori uso e la temperatura della cabine raggiunse livelli elevatissimi. Tutto questo senza ricevere alcuna informazione od assistenza, abbandonati ad una situazione di panico incontrollato e raccapricciante disagio, che durò alcune ore.

Qualcuno ricorda questo episodio? Probabilmente nessuno, perché non ha avuto alcuna risonanza mediatica. Se, viceversa, si fosse trattato di un barcone di migranti in mare, immediatamente si sarebbero pretesi ed attivati i soccorsi per la superiore tutela umanitaria delle persone a bordo, come molti ebbero a dire in quel frangente.

Per tornare ai giorni nostri, siamo da mesi alle prese con regole e restrizioni per il contenimento del contagio da COVID 19, rappresentate da limitazioni severe della nostra libertà di movimento e chiusure prolungate di attività commerciali, il tutto con gravi ripercussioni sociali ed economiche.

Nel contempo, però, vediamo che le stesse regole non valgono nel caso dell’accesso indiscriminato che si concede alle persone che scappano per vari motivi dal proprio Paese, i quali vengono ammassati in strutture fatiscenti dal punto di vista igienico e sanitario, senza alcun controllo e senza alcuna applicazione delle misure di distanziamento o contenimento dell’emergenza sanitaria. Di fronte a queste contraddizioni e diseguaglianze, l’effetto è solo quello di fomentare la ribellione sociale dei cittadini e la sfiducia nei confronti dei nostri governanti, impotenti nel gestire un flusso migratorio che si rivela incontrollato ed incontrollabile.

D’altronde, lo stesso soccorso umanitario diviene operativo verso chi scientemente si è messo nelle condizioni di avere bisogno di aiuto (ecco la differenza a proposito del traghetto Salerno-Catania), cosi come la politica di accoglienza è una condizione automatica che coinvolge tutti indistintamente ed appassionatamente, cittadini inermi, poveri rifugiati, ma anche potenziali criminali, spacciatori, perdigiorno ed infiltrati di vario tipo.

Come in altre questioni sociali e politiche di rilevanza, le soluzioni più semplici sono quelle meno applicate  e più evitate. Anzi, più se ne parla in via teorica, meno si passa dalle parole ai fatti. Se, infatti, tutti siamo d’accordo nel tutelare il diritto alla vita ed al lavoro di esseri umani meno fortunati, se tutti vogliamo salvare le loro vite e dare loro una prospettiva di benessere e di crescita, l’approccio al tema dell’accoglienza deve essere completamente diverso da quello avuto sinora.

In primo luogo, vanno stipulati accordi con i Paesi di provenienza ed incentivate le condizioni sociali e politiche per determinare la possibilità che chiunque voglia cercare un lavoro ed una sistemazione serena  possa trovare tutto ciò di cui ha bisogno nella propria Patria; in secondo luogo, bisogna evitare l’afflusso generalizzato e disorganizzato dei barconi della speranza, inibendo loro la stessa partenza per un viaggio che trasforma molto spesso quella speranza in morte sicura o, nella migliore delle ipotesi, nel perpetuarsi della condizione di disperazione, a solo ed esclusivo beneficio di chi progetta o asseconda queste improbabili traversate per il proprio lucro personale; in terzo luogo, infine, non ci si può difendere, dietro il proclama di facciata del porto sicuro, per riversare solo sull’Italia il carico dei nuovi arrivi, senza dotarsi di una politica europea comune di distribuzione degli immigrati in tutti i Paesi dell’Unione, consentendo quindi di eliminare sul nascere gli stessi presupposti della genesi di focolai di guerra sociale od episodi di intolleranza, figlia di altrettanta disperazione di tante classi sociali meno abbienti, già stanziali sul nostro territorio.

Una volta definita così la politica dell’accoglienza vera, potrà procedersi alla corretta identificazione dei singoli immigrati ed alla loro regolarizzazione, selezionando coloro i quali sono rispettosi delle nostre regole e della nostra cultura, nell’ottica di integrarsi nella società del Paese ospitante offrendo la prestazione di un lavoro onesto da chi, invece, si è infiltrato per motivi meno nobili, alimentando il rifiuto ed il disprezzo verso i suoi connazionali, la cui immagine e credibilità viene irrimediabilmente inficiata.

Ecco anche il senso della provocazione iniziale del traghetto Salerno-Catania e delle pulsioni definite razziste di chi commenta l’episodio con la frase: “Se fossimo stati immigrati, saremmo stati immediatamente soccorsi..”.

Proseguendo con l’attuale approccio divisivo che abbiamo verso il tema dell’immigrazione, la conseguenza è proprio quella di far crescere il consenso elettorale e sociale delle forze che fomentano la paura del diverso.

Diverso da chi? Sono sempre attuali e calzanti le parole di don Lorenzo Milani: –Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati ed oppressi da un lato, privilegiati ed oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri-.

Posta la questione in questi termini, Il futuro ci riserva il compito di difendere la nostra Patria dal privilegio e dall’oppressione, da qualunque parte essi provengano.

 

 

 

      “30.06 Pozzallo (RG) Sbarchi migranti” by Il Fatto Quotidiano is licensed under CC BY-NC-SA 2.0        

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