La condizione delle donne nelle carceri italiane

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Diritto&Informazione –  a cura dell’Avv. Irene La Mendola-

Le riflessioni di Marta Cartabia, la prima Presidente donna della Corte Costituzionale, intervistata nel programma “Senza Distinzione di Genere”.

 Nella puntata di Rai Storia di giovedì 20 Febbraio nel programma “Senza distinzione di genere” Stefania Battistini ha intervistato la professoressa Marta Cartabia, Presidente della Corte Costituzionale dal 11/12/2019, prima donna nella storia italiana a ricoprire questo incarico.

Nell’intervista la Presidente riflette sul modo in cui la Corte Costituzionale ha recepito i cambiamenti della società rispetto alle donne, in famiglia, nel lavoro e nei diritti civili, fino ad analizzare i problemi delle donna in stato di detenzione.

In particolare, la sua attenzione va alle donne che in carcere sono più bisognose di tutela, come quelle con figli.

Come premessa imprescindibile, l’intervista muove dall’articolo 27 della Costituzione in cui è espresso un principio fondamentale: la pena non può consistere in un trattamento contrario alla dignità umana, al senso di umanità.

Questo principio è comune alle Carte dei Diritti degli altri paesi. Ma nella Carta costituzionale italiana è anche esplicitato, al medesimo articolo, qual è lo scopo delle sanzioni: la risocializzazione del condannato, per offrire una nuova opportunità di vita.

Non è un caso dice la Cartabia: “molti dei Padri Costituenti hanno patito il carcere prima di occuparsene come uomini politici” e ricorda Pietro Calamandrei e il suo pensiero “se voi volete andare nei luoghi dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati”.

Quanto alle donne nelle carceri, la riflessione della Presidente è che il carcere non è stato pensato per loro. La percentuale di donne in Istituti di detenzione rispetto agli uomini è bassissima: su circa 60.000 detenuti, le donne sono poco più di 2.000.

Per le donne il delitto è un fatto più episodico e isolato. Ma se in passato vi era una prevalenza di delitti commessi per onore o gelosia, ora la maggior parte dei reati commessi da donne sono relativi a droga e furto. Le detenute, rispetto ai detenuti, sono più predisposte ad un trattamento di rieducazione e, quindi, più facilmente recuperabili.

Alla domanda della Battistitini sulle esigenze delle donne, la Cartabia elenca i bisogni dal più frivolo al più importante: essere in ordine con il proprio aspetto, avere uno spazio in cui tenere il proprio abbigliamento, fino alla esigenza di rivedere i propri cari perchè soffrono molto la privazione degli affetti, oltre che della loro libertà.

Ma le donne spesso lamentano che quando sono loro ad essere detenute, i loro uomini spariscono, non vanno più a trovarle.

Il problema più grave è la separazione delle donne dai figli e la necessità di spazi idonei. In alcune carceri i figli possono crescere con madri che devono scontare una condanna pluriennale, ma questi bambini si trovano a vivere in reclusione senza aver commesso alcun delitto e a scontare la voragine della diffidenza da parte della società, una volta tornati in libertà.

La Professoressa Cartabia continua ad analizzare una importante sentenza della Consulta del 2014 ispirata al concetto di equilibrio tra l’interesse punitivo dello Stato e l’interesse relazionale del minore innocente. Afferma che una madre in stato di detenzione può certamente essere una buona madre: “Non c’è nessuna equazione tra l’aver commesso un reato e non essere una madre adatta a mantenere un rapporto con il figlio”.

Per alcuni reati la detenzione domiciliare della donna è consentita fino a quando il figlio minore compie 10 anni. L’indicazione di tale limite di età è il frutto di una serie di modifiche legislative che hanno condotto a questo punto.

Diverso è il caso delle condannate con figli che hanno una grave disabilità, in quanto in questo caso non ci sono limiti di età per la detenzione domiciliare in conseguenza del grado di dipendenza dalla madre.

E la prostituzione? Chiede la Battistini. Chiarisce la Cartabia che non è un reato, ma lo sono i comportamenti “paralleli” quali l’induzione alla prostituzione, lo sfruttamento e l’adescamento, fino al reclutamento mediante traffico di esseri umani.

Molto spesso le persone approdano alla prostituzione in condizioni di bisogno e di vulnerabilità”. Spesso si tratta di persone che vengono da altri paesi con l’illusione di inserirsi con lavori onesti ma, non riuscendo ad integrarsi, ripiegano su questa modalità di guadagno come scorciatoia, oppure vengono costrette in schiavitù.

La Prof. Cartabia partecipa annualmente ad un incontro con i giudici provenienti da tutte le Corti supreme internazionali, ospitati quest’anno dalla Yale Law School in Connecticut.

Le forme di incontro tra giudici e corti di paesi diversi con esperienze diverse sono cresciute nel tempo, e le risposte elaborate da ciascun ordinamento possono essere molto istruttive”.

Figure illuminate come la Presidente Cartabia sono determinanti per il futuro del paese e degne di fiducia. Tanto è stato fatto per abbattere alcune barriere negli Istituti penitenziari negli ultimi decenni. Ma sappiamo che la strada è ancora lunga prima poter vivere in un paese in cui la pena davvero consista in un trattamento che tenga conto delle differenze di genere e che, soprattutto, sia  idonea a rieducare e re inserire i condannati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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