Il mercato dei diritti

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di Michele Bartolo-

 E’ di qualche tempo fa la notizia  che la Asmel (Associazione per la sussidiarietà e modernizzazione degli Enti locali) ha stipulato un accordo  con LexCapital, una start-up innovativa che opera, per usare la terminologia in voga, come litigation funder.

In buona sostanza, si tratta di una operazione di investimento:  l’istituto prevede che un finanziatore investa in un contenzioso legale (sia esso giudiziale o stragiudiziale) o in un arbitrato, nel quale non abbia alcun interesse, prendendo su di sé, in tutto o in parte, i costi della lite e il rischio, in tutto o in parte, in caso di soccombenza (compreso il pagamento delle spese processuali alla controparte).

In caso di vittoria, quindi, al finanziatore spetterà il corrispettivo, calcolato in percentuale rispetto a quanto ottenuto; in caso di soccombenza, trattandosi di una operazione imprenditoriale, che opera un trasferimento del rischio in caso di insuccesso della lite, il funder non dovrà essere pagato. Nello specifico, l’operazione richiama il contenuto del patto di quota lite, vietato nel nostro ordinamento, in quanto l’avvocato non può rendersi cessionario di diritti del proprio cliente, divieto non operativo nei confronti di soggetti terzi quale sarebbe, appunto, LexCapital.

Alla base di questo accordo, quindi, vi sarebbe la possibilità per oltre 4.100 enti locali, soci Asmel, di non pagare più avvocati e cedere il credito litigioso per i contenziosi attivi e passivi alla LexCapital. Accadrebbe quindi che, in caso di vittoria, la maggior parte dei proventi andrà al Comune ed una parte alla società privata. L’obiettivo dell’associazione dei Comuni è dichiaratamente quello di ridurre spese e rischi e, sostanzialmente, di mettere da parte gli avvocati e i loro costi.

Deve, ancora, rilevarsi che tale accordo coincide, si spera per puro caso, con la entrata in vigore, dal 20 maggio, della nuova disciplina dell’equo compenso, che dovrebbe tutelare avvocati ed altri professionisti, in regime di convenzione con banche, assicurazioni, imprese o pubbliche amministrazioni, prevedendo che la pattuizione dei loro compensi sia adeguata all’importanza dell’opera svolta. Invece, l’accordo tra Asmel e LexCapital percorre la strada inversa e contraria, andando contro tutti i principi più importanti che dovrebbero governare il sistema di tutela dei diritti. Stiamo assistendo quindi al mercato dei diritti, al diritto considerato un oggetto, una merce, al pari di qualsiasi altro oggetto o prodotto oggetto di scambio.  LexCapital, attraverso questo meccanismo, compra la lite e non una lite qualsiasi, ma la lite della Pubblica Amministrazione.

Quest’ultima, infatti, proprio perché persegue l’interesse pubblico, dovrebbe sempre agire nell’interesse della collettività. Ed invece, si vuole privilegiare il risparmio, la gratuità dell’intervento legale, senza tenere in alcuna considerazione la correttezza della propria azione amministrativa, il fine della corretta tutela dei diritti. E se la PA elimina ogni rapporto con  i legali e la loro attività difensiva, di rilievo costituzionale, come più volte abbiamo scritto, sarà LexCapital a pagare gli avvocati che seguiranno il contenzioso? Interrogativo a cui non si è in grado di dare una risposta.

Il problema, intendiamoci bene, non è il finanziatore della lite, argomento sul quale si può discutere. La questione, invece, riguarda la cessione dei diritti a fronte di una assistenza gratuita. E allora, forse, la coincidenza del raggiungimento di questo accordo nel momento della entrata in vigore della legge sull’equo compenso non è poi così casuale.

La cattiva abitudine, tutta italiana, del “fatta la legge, trovato l’inganno” è dietro l’angolo.

 

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