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Il delitto della camera chiusa

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di Michele Bartolo-

Altro caso irrisolto è quello  dell’omicidio di Mara Calisti, giovane donna di 36 anni e segretaria in uno studio legale, meglio conosciuto come il mistero del “delitto della camera chiusa”.

Ci troviamo nell’estate del 1993, precisamente il 14 di luglio, quando la giovane, che viveva da sola con il padre, sarebbe entrata alle 03.30 di notte nella stanza dell’uomo, avendo il tempo di dire “guarda cosa mi hanno fatto”, morendo poi a causa della recisione dell’aorta.

Inutile dire che l’arma del delitto non viene trovata, potrebbe essere stato un coltello oppure un cacciavite e, secondo il medico legale, l’assassino avrebbe ucciso in uno scatto d’ira, dal momento che il colpo inferto non sembra corrispondere ad una volontà omicidiaria fredda e premeditata.

Le indagini non chiariscono il motivo dell’omicidio, rimane quindi oscuro il movente, oltre che l’autore dell’atroce delitto. Come abbiamo detto, Mara viveva da sola con il padre, in un appartamento a Todi, in provincia di Perugia.

La scena che si presenta ai Carabinieri, infatti, al momento del ritrovamento del cadavere, è quella del padre con il corpo della donna in braccio. Ecco perché il delitto è passato alle cronache con il nome di “delitto della camera chiusa”. Non vi sono segni di effrazione, le porte e le finestre sono chiuse, nessun apparente segno di una presenza estranea nell’immobile.

Logica conseguenza è una alternativa secca: o l’assassino si trova tra le mura domestiche  o,  se si è introdotto dall’esterno, lo ha fatto con le chiavi o con il consenso di chi era in casa, che gli avrebbe dovuto aprire la porta.

La prima ipotesi, ovviamente, in assenza di piste alternative, porta all’individuazione del padre come unico sospettato del delitto. In particolare, ciò che non convince gli inquirenti è il racconto dell’uomo, secondo il quale la figlia sarebbe entrata nella sua stanza sanguinante ed avrebbe anche proferito le parole: “Guarda cosa mi hanno fatto”.

Secondo il medico legale, infatti, risulta impossibile ipotizzare, vista l’entità della ferita, che la donna da sola  sia riuscita  a camminare dalla sua stanza sino ad arrivare a quella del padre. Ne consegue che, se fosse vero che la donna è entrata nella seconda stanza, il delitto avrebbe dovuto per forza essere compiuto in quell’ambiente.

Altro indizio che indirizza verso il padre  è la presenza di tracce di sangue nella sua cassetta degli attrezzi, mentre sulla scia dello stesso liquido organico presente nell’appartamento, che apparentemente conferma lo spostamento della ragazza da una camera all’altra, non si rinvengono le impronte dei piedi della vittima. Un vero mistero, dunque, perché l’eventuale presenza di sangue in casa o l’ipotetico uso di un attrezzo della cassetta del padre potrebbe anche essere opera di un ladro, di un altro familiare o comunque di qualsiasi altro soggetto estraneo che si sia introdotto in casa, come detto prima, con le chiavi in suo possesso o dietro eventuale consenso della vittima, che gli avrebbe aperto la porta.

Vi sono, d’altronde, testimonianze che sembrano accreditare questa seconda ipotesi, come quella di un vicino che avrebbe sentito il rumore del portone che sbatteva poco dopo le 3.30, dovendosi quindi immaginare che possa coincidere con il momento in cui l’assassino  sia fuggito. O ancora di una altra inquilina, che sostiene di avere sentito suonare il campanello della propria abitazione, probabilmente azionato dall’omicida alla ricerca  del pulsante dell’illuminazione.

Tutte ipotesi, suggestioni, rimaste senza effettivo e concreto riscontro. Il padre, unico sospettato materializzatosi agli inquirenti, viene prosciolto una prima volta e poi, inquisito di nuovo nel 1998,  viene definitivamente assolto per non aver commesso il fatto nel marzo del 2001.

Le indagini alternative non hanno portato all’individuazione di alcuna altra pista attendibile. Si indaga sulla presunta frequentazione di Mara che, poco prima di morire, avrebbe conosciuto un giovane con precedenti penali, ma la circostanza non viene confermata e il giovane mai trovato.

Una telefonata anonima effettuata presso l’avvocato dove Mara lavorava sollecita un’indagine tra i corsisti  dell’università della terza età, che la vittima frequentava come volontaria, ma anche tale pista non porta ad alcun risultato. Misterioso anche il presunto aborto della donna o ancora la ipotizzata relazione con un professionista, che peraltro la sera del delitto ha un alibi, avendola trascorsa con moglie ed amici.

Insomma, dopo oltre trenta anni, la Giustizia non è riuscita ad individuare il responsabile del delitto, il movente dell’omicidio e l’arma con cui è stato consumato.

Rimane, quindi, un crimine senza testimoni, dai molti dettagli inquietanti, compiuto in una camera da cui non si può entrare né uscire. Questo caso di cronaca ha condotto gli inquirenti nell’ennesimo vicolo cieco.

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