Giustizia a metà: il caso Vannini

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-di Michele Bartolo-

Qualche giorno fa ci siamo occupati della sentenza della Corte di Appello di Firenze che ha determinato la pena per due giovani aretini, ritenuti responsabili del delitto tentato di violenza sessuale di gruppo nei confronti della giovane Martina Rossi, poi deceduta a seguito di un volo dal balcone dell’hotel dove si trovava, nel disperato tentativo di sottrarsi alla violenza.

In quella occasione, abbiamo rilevato come la Giustizia arrivi molto spesso monca, dopo anni di trattazione dei procedimenti, risultando spesso figlia di valutazioni discordanti e contraddittorie, nell’affannosa ricerca di un compromesso che, nel frattempo, allontana sempre di più la convinzione, per il comune cittadino, che dalla verità processuale possa emergere la verità reale.

Oggi dobbiamo registrare una nuova pronuncia giudiziale che definisce un famoso caso di cronaca, l’omicidio del bagnino ventenne di Cerveteri, Marco Vannini, rimasto ucciso nella notte tra il 17 ed il 18 maggio del 2015 a Ladispoli, sul litorale romano, precisamente nella casa di Antonio Ciontoli, sottufficiale di Marina, padre della sua fidanzata Martina.

Parlo di omicidio perché quella sera partiva un colpo che, secondo la ricostruzione inizialmente accreditata, sarebbe fuoriuscito per errore dalla pistola di Antonio Ciontoli, mentre il Vannini si trovava nella vasca da bagno.

Successivamente, le condizioni di Marco si aggravavano sino alla morte, in un susseguirsi di ritardi, omissioni nei soccorsi e bugie che coinvolgevano l’intera famiglia Ciontoli.

Dopo una serie di pronunce discordanti e due giudizi di appello, la Corte di Cassazione ha pronunciato la parola fine alla vicenda, confermando la condanna a 14 anni per il Ciontoli a titolo di omicidio volontario, caratterizzato da dolo eventuale, pena estesa nella misura di 9 anni e 4 mesi ai componenti della famiglia che, a vario titolo, concorrevano con le loro condotte reticenti nel causare l’evento morte.

Inutile dire che, nel primo giudizio di appello, l’omicidio era stato ritenuto colposo, con conseguente riduzione della pena a cinque anni di reclusione. Successivamente, nella sentenza definitoria del nuovo giudizio di appello, disposto dalla Cassazione, la pena veniva inasprita in ragione della superiore qualifica della volontà omicidiaria (da colpa a dolo eventuale).

Quest’ultima pronuncia, quindi, veniva definitivamente confermata dalla Suprema Corte con la decisione resa pubblica il 03.05.2021. Anche per questo caso, come per quello di Martina Rossi, il cittadino comune fatica a comprendere sia l’alternarsi di pronunce di giudici che, nell’esaminare gli stessi fatti, arrivano a conclusioni nettamente diverse, sia l’effettiva congruità della pena (quattordici anni di reclusione) per chi si è reso responsabile di un omicidio volontario di un ragazzo di venti anni.

Eppure gli eventi sembrano abbastanza chiari: un ragazzo sta in una vasca da bagno a casa della fidanzata, improvvisamente entra nella stanza il padre della ragazza che, guarda caso, estrae una pistola da una scarpiera e, non si sa se per pulire l’arma o per gioco, esplode un colpo di arma da fuoco che attinge l’inerme vittima.

A seguito del ferimento, non viene lanciato nessun allarme né si fa nulla per salvare il ragazzo, da parte di nessuno dei componenti della famiglia Ciontoli, la moglie e i due figli. Anzi, la prima telefonata al 118 avviene quaranta minuti dopo lo sparo e, dopo una serie di contraddizioni e di bugie, i soccorsi vengono allertati dopo centodieci minuti!

Ma la verità continua a non venire a galla, il feritore riferisce ai soccorritori di una lesione cagionata da un pettine, salvo poi cambiare versione al pronto soccorso ed accreditare la versione di un colpo partito accidentalmente, pregando peraltro di omettere tale ricostruzione nel referto.

Orbene, l’insieme delle circostanze riferite, la dinamica dell’accaduto e soprattutto i comportamenti successivi tenuti dal Ciontoli e dai suoi familiari sono stati diversamente considerati dai giudici, nell’esercizio del potere discrezionale di cui, secondo il Codice, ciascun magistrato può fare uso all’atto di determinare la pena che, comunque, deve basarsi, in primo luogo, sulla gravità del reato commesso.

Se questo è il quadro, come è stato possibile qualificare l’omicidio come colposo nella prima fase del procedimento, quando anche la massima espressione della colpa, ovvero la cd. colpa cosciente, presuppone che un soggetto si muova nell’ambito di una situazione lecita per cui, pur potendo aver previsto l’evento morte, lo ha considerato non realizzabile attraverso la sua condotta né lo ha fatto oggetto della sua volontà.

Invero, il Ciontoli non si è mosso nell’ambito del lecito sin dal primo momento, quando parte il colpo di pistola, proprio per le circostanze concrete in cui il fatto è accaduto. Non è ipotizzabile, infatti, che un uomo entri per caso o per sbaglio nella stanza dove si trova il fidanzato della figlia e, avvedutosi che il medesimo si trova nudo in vasca da bagno, decida di rimanere lì per pulire la pistola oppure per sparare per gioco mirando al ragazzo.

Plausibile, quindi, che il comportamento del Ciontoli sia stato pienamente voluto sin da quando decideva di entrare nel bagno e di rimanervi per sparare, forse a seguito di una lite con il Vannini o all’esito di una discussione intervenuta proprio in quel frangente.

La volontarietà piena del comportamento è poi comprovata dai passaggi successivi, che hanno determinato il ritardo dei soccorsi e l’evento fatale. Da questo punto di vista, quindi, ritenuta del tutto insussistente la mera colpa, anche nella forma qualificata della cd. colpa cosciente, siamo sicuramente nell’ambito del dolo, cioè di un delitto previsto e voluto dall’agente, come conseguenza della propria azione od omissione.

Il giudizio di appello-bis, poi confermato dalla Suprema Corte, ha però ritenuto che tale dolo sia stato solo eventuale, cioè il Ciontoli si sarebbe rappresentato l’evento morte come probabile o possibile agendo ugualmente anche a costo di cagionarlo, accettandone preventivamente il rischio.

Il risultato, dopo sei anni di giudizio, è che il responsabile viene condannato a soli 14 anni per l’omicidio volontario di un ragazzo di venti anni. Ecco perché, sempre nell’ottica di adeguare il potere discrezionale dei giudici alla funzione di congruità e deterrenza della pena, probabilmente andava dato più peso alla gravità del reato commesso ed alla concreta modalità in cui è accaduto l’evento.

In tal senso, il dolo da eventuale o indiretto avrebbe dovuto essere considerato diretto e pienamente conforme all’intenzione, sia per l’oggettiva idoneità del ferimento a cagionare la morte, sia per le circostanze in cui è avvenuto lo sparo, sia per la permanenza della volontà di cagionare l’evento dannoso o pericoloso, proseguita sino al verificarsi del decesso del ragazzo, nel pieno e consenziente concorso degli altri familiari.

In conclusione, Giustizia è fatta, ma a metà.

Martin Luther King diceva: No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

                               

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