Fortuna Bellisario: per non dimenticare una tragedia dei nostri giorni

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Tutta la violenza di un marito sulla propria moglie- di Giuseppe Esposito-

Una vicenda quella di Fortuna Bellisario che sembra voler smentire l’antico detto “nomen omen”.  La locuzione latina  sta infatti a significare che il nome è un presagio, poiché per gli antichi Romani nel nome è indicato il destino. A Fortuna invece il destino ha riservato un esistenza tutt’altro che lieta. Nata in uno dei quartieri più poveri della città di Napoli e sposata infine ad un uomo violento, il lieto presagio si è trasformato in tragedia nel 2019. Una esistenza oscura vittima delle prepotenze dell’uomo che avrebbe dovuta amarla, è assunta all’onore delle cronache solo dopo il tragico epilogo, che ha posto fine ad un lungo calvario cui non aveva avuto la forza di ribellarsi.

Un sintomo ulteriore dell’imbarbarimento della nostra società. Nessuno infatti, benché molti sospettassero i maltrattamenti subiti dal marito, le ha mai offerto il proprio soccorso. Eppure sono in molti quelli che dai segni che la poveretta portava addosso avevano intuito quello che in privato le era riservato da Vincenzo Lo Presto.  Una vita agra, tre figli di 7, 10 e 11 anni e maltrattamenti all’ordine del giorno.

Per quanto sia vero che, nel corso dei secoli, il ruolo della donna sia sempre stato subalterno ed ella era relegata a far da angelo della casa,  è pur vero che a partire dalla seconda metà del XIX secolo hanno cominciato a sorgere movimenti che chiedevano la parità di diritto tra l’uomo e la donna. Ma ciò avveniva in America e nel Regno Unito. In Italia si dovette attendere la prima guerra mondiale perché il ruolo della donna cominciasse a mutare. Infatti lo sforzo bellico era stato sostenuto grazie al fatto che le donne erano subentrate agli uomini, mandati al fronte, in tutte le attività produttive e nei servizi. Senza di loro sarebbe stato impossibile combattere la guerra. Vi fu pertanto un primo riconoscimento del cambiamento del ruolo della donna nella società. Ma perché le fosse riconosciuto il diritto di voto bisognò attendere la fine del secondo conflitto mondiale. Eppure se a livello ufficiale dei passi avanti venivano compiuti, nel privato, la mentalità del maschio sembrava non voler mutare.

Negli ultimi  decenni inoltre la situazione invece che migliorare sembra si sia ancor più involuta. Ma ciò è un riflesso dell’imbarbarimento della società in generale, che sotto la spinta di fenomeni come la globalizzazione ed il neoliberismo, ha visto l’impoverimento di molti pesi occidentali. L’Italia pare abbia pagato il tributo più gravoso. Il popolo ha perso molti di quei riferimenti che alimentavano nelle persone la fiammella della speranza in un futuro migliore e persino i partiti politici hanno abdicato al loro ruolo allineandosi tutti alla dottrina dominante del mercato. Il denaro è divenuto l’unico moloch a cui tutti hanno accettato di inchinarsi e l’individuo si è ritrovato sempre più solo, in un contesto in cui la violenza, non più arginata è cresciuta a dismisura.

L’individuo di oggi è spaesato, indifeso e tende a sfogare spesso la sua disperazione in comportamenti violenti. E ciò accade sia nella sfera pubblica che in quella privata. La famiglia e la scuola hanno perso la loro capacità di formare gli uomini di domani e la crisi, da economica, si è trasformata anche in crisi culturale, in una crisi di identità. Il vuoto culturale ha prodotto disastri e da qui l’aumento dei comportamenti devianti. Naturalmente tutto ciò ha inciso negativamente anche nell’ambito dei rapporti all’interno della famiglia ed è come se ci fosse stato un arretramento, un ritorno all’antico. Le conquiste fatte in lunghi decenni di lotte sembra siano stati vanificati e uno tra i valori divenuti più desueti vi è anche la solidarietà e la volontà di andare verso il prossimo. L’individualismo ha vinto e l’uomo si è ritrovato sempre più ad essere simile alla belva. Una sorta di riattualizzazione del concetto di Hobbs dell’homo homini lupus. Una visione disperante che ha prodotto anche  l’aumento di episodi come quello degno di pietà di Fortuna Bellisario.

Dopo anni di maltrattamenti, il pomeriggio del 7 marzo 2019, Vincenzo Lo Presto col pretesto di sospettare la moglie di infedeltà, prese ad usare su di lei la consueta violenza. Ma quella volta non contento di infierire su di lei a mani nude afferrò una stampella ortopedica e con quella infierì ancor più crudelmente su di lei. Quando si rese conto di essere andato troppo oltre e di aver ucciso la moglie ebbe la freddezza di recarsi a denunciare lui stesso l’accaduto, e affermando di non aver avuto l’intenzione di ucciderla.

Ma i segni dei prolungati maltrattamenti emersero già alla prima e superficiale ricognizione del cadavere. Lividi vecchi e recenti su tutto il corpo, larghe zone di cuoi capelluto prive di capelli, indicavano che il brutale marito non solo percuoteva la moglie, ma era anche uso a trascinarla, afferrandola per i capelli.

Si giunse al processo ma la legge dimostrò ancora una volta che essa difficilmente coincide con la giustizia. Vincenzo Lo Presto fu accusato di omicidio preterintenzionale, invece che di omicidio volontario. Si ebbe una condanna a soli dieci anni. Ma la vicenda, o meglio la beffa non si esauriva qui. Dopo soli due anni di carcere all’omicida sono stati concessi gli arresti domiciliari da scontare a casa di sua madre. Infatti l’amministrazione penitenziaria ha giudicato l’uomo non pericoloso socialmente. Una vera bestemmia.

La magistratura italiana sembra sempre che voglia segnalarsi per le sue bizzarrie. Al provvedimento si è opposta persino la Procura napoletana e molte sono state le manifestazioni contro tale decisione. Occorre rimettere mano alla formazione dei giovani e rivalutare l’importanza della cultura, soprattutto in frangenti storici quale quello che purtroppo ci è toccato vivere. Si è messo spesso l’accento sulla violenza di cui sono vittime le donne. Si è coniato il neologismo di femminicidio, ma non è con le leggi, sempre più simili alle grida manzoniane che certi fenomeni si combattono. Occorre mettere i giovani e la loro formazione al centro di un progetto per una società migliore e più giusta.

Anche se questa è una sfida che nei nostri tempi appare sempre più ardua, noi non possiamo sottrarci.

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