Ergastolo ostativo: la pena perpetua divide i giuristi

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FINE PENA MAI”- di Michele Bartolo-

Quando ci si  trova di fronte alla commissione di un delitto efferato, ma soprattutto quando la violenza esercitata appare gratuita, rivolta verso bambini o anziani, l’opinione pubblica, spinta anche dall’emotività del momento, richiede l’irrogazione di pene esemplari e particolarmente dure.

Uno Stato, tuttavia, ha l’obbligo di compiere scelte ponderate e non orientate alla ricerca del mero consenso popolare. Ecco perché la nostra Costituzione dice anzitutto che la pena, qualsiasi essa sia, debba condurre alla rieducazione del colpevole e quindi tendere al suo reinserimento nella vita sociale.

Questa premessa, però, non deve farci concludere che ogni delitto abbia lo stesso disvalore di un altro o che i colpevoli debbano essere trattati tutti allo stesso modo. Il motto “la legge è uguale per tutti”, applicato concretamente, deve portarci a giudicare e punire in modo diverso reati e colpevoli distinti e diversi tra loro. In tale ottica, se tutti siamo d’accordo che la pena di morte è il simbolo della resa della civiltà del diritto di fronte al crimine (“Perché uccidere chi uccide per dimostrare che non bisogna uccidere?”), di converso è pienamente inserito nel nostro sistema normativo l’istituto dell’ergastolo, cioè del carcere a vita per chi si macchia di delitti efferati e non mostra alcun pentimento. La costituzionalità dell’ergastolo è in realtà garantita dalla previsione che il condannato possa ravvedersi, avere una buona condotta e quindi vedersi ridurre la pena a ventisei anni di detenzione, anche ventuno in caso di ulteriori sconti, seguiti poi da cinque anni di liberazione condizionata e quindi dall’estinzione della pena.

Nel nostro ordinamento, infatti, sono previsti una serie di misure alternative alla detenzione (l’affidamento in prova ai servizi sociali, la semilibertà, la liberazione anticipata, la detenzione domiciliare) nonché benefici penitenziari, come i permessi premio, che vengono concessi anche ai condannati all’ergastolo. Tali benefici, però, vengono esclusi nell’ipotesi del cosiddetto ergastolo ostativo, nel caso cioè in cui il condannato per determinati tipi di reati, particolarmente gravi, non collabori con la Giustizia. In tale circostanza, il trattamento penitenziario può essere inasprito ed il carcere a vita trasformarsi in un vero e proprio fine pena mai.

A breve la Corte costituzionale dovrà  pronunciarsi sulla legittimità del predetto istituto ed è ormai aperto il dibattito tra garantisti e giustizialisti. La giusta posizione credo che stia nel giusto mezzo: se, infatti, è per tutti inaccettabile che un condannato all’ergastolo, che non abbia mai mostrato segni di pentimento, possa uscire dal carcere grazie a permessi premio, è altresì condivisibile l’orientamento di chi ritiene che l’irrogazione di una pena debba  essere flessibile e perciò rivista nel corso degli anni.

Non possiamo essere schiavi della fattispecie teorica: non è solo la legge che deve tutelare il cittadino, bensì coloro i quali la legge la applicano. In uno stato di diritto, infatti, la norma è creata dal legislatore ma l’applicazione al caso concreto è compiuta dal giudice: così accade nella fase cognitiva, quando cioè si decide se un cittadino sia colpevole o innocente rispetto ad un reato, così deve essere nella fase esecutiva, quando bisogna sorvegliare il reo nella fase di espiazione della pena. E’ il magistrato, quindi, che deve compiere una valutazione e stabilire con adeguata motivazione se concedere o meno i benefici penitenziari all’ergastolano di turno, orientandosi nella scelta attraverso l’esame della sussistenza di un insieme di elementi oggettivi e soggettivi riscontrabili nel caso sottoposto alla sua attenzione.

Ciò che è sicuro è che non si può procedere per presunzioni ed automatismi, altrimenti arriveremmo all’assurdo che un colpevole che collabora utilmente con la Giustizia potrà uscire anticipatamente dal carcere mentre un innocente, ingiustamente recluso perché vittima di un errore giudiziario e per ciò solo impossibilitato a fornire elementi utili all’autorità giudiziaria, dovrà rassegnarsi a morire murato vivo.

                     

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