Spiagge libere, non più parenti povere

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Lidi e coste in Italia, dossier Legambiente – di Vincenzo Iommazzo-

Qual è lo stato di salute ambientale e turistico dei lidi della nostra Penisola e in particolare quello delle spiagge libere? A rilevarlo è il recente rapporto “Spiagge 2019” di Legambiente che conferma, per i 3.000 km di coste italiane potenzialmente balneabili, una situazione complessa e variegata.

Si parla di un Paese dove le spiagge libere sono spesso un miraggio, quelle presenti sono il più delle volte di serie B, assediate da rifiuti e prive di pulizia e manutenzione costanti, poste vicino a foci di fiumi, fossi o fognature dove la balneazione è vietata.

A ciò va aggiunto l’impatto che ormai i cambiamenti climatici, l’erosione e il cemento selvaggio stanno avendo sugli arenili riducendone la fruibilità e l’accessibilità, i danni causati dall’ inquinamento crescente e dalle concessioni senza controlli.

Dall’ altra parte, però, negli ultimi anni, lungo il nostro litorale, si sta registrando un positivo fermento “green” che punta sulla sostenibilità ambientale, su  impegni plastic-free e sulla difesa della biodiversità (per es. l’attenzione verso le tartarughe marine), come testimonia l’esperienza avviata da Legambiente dallo scorso aprile attraverso il marchio “Ecospiagge per tutti” volto a segnalare le strutture sostenibili e accessibili.

Ma procediamo con ordine. In Italia le concessioni demaniali marittime sono pressochè raddoppiate in 10 anni e attualmente ammontano a ben 52.619, di cui più del 50% sono stabilimenti balneari privati, campeggi ed altre attività turistiche. In Liguria ed Emilia Romagna, ad esempio, quasi il 70% delle spiagge è occupato da stabilimenti,in Campania è il 67,7%, nelle Marche il 61,8%. In alcune aree il continuum di stabilimenti assume forme incredibili, come in Versilia, dove sono presenti 683 stabilimenti sui 1291 dell’intera regione.

Percorrendo a piedi i 23 chilometri di spiaggia dal porto di Viareggio al confine nord del Comune di Massa, solo  saltuariamente sopravvivono alcune strisce di spiagge libere che messe assieme non arrivano ad un chilometro di lunghezza.

Se si aggiunge che quasi il 10% delle coste nazionali è interdetto alla balneazione per motivi di inquinamento, il risultato è che complessivamente nel nostro Paese le spiagge libere e balneabili si riducono mediamente al 40%, con situazioni limite in Emilia-Romagna, Campania, Marche, Liguria dove diventano difficili da trovare quelle al contempo libere e balneabili.

In Italia non esiste una norma che stabilisca una percentuale massima di spiagge concedibili, tale scelta viene lasciata alle Regioni che il più delle volte optano per lasciare percentuali molto basse alle spiagge libere o libere attrezzate, addirittura in molti casi non è stata stabilita neppure una percentuale minima di arenile da riservare alla libera balneazione. La Campania, per citare un esempio, ha imposto un limite minimo (ed irrisorio) del 20% della linea di costa dedicato a spiagge libere. Anche la “fascia protetta” di cinque metri dalla battigia molto spesso è più affollata di una strada dello shopping, al limite della impraticabilità.

La Regione più virtuosa risulta la Puglia, con una quota di spiagge libere pari al 60 per cento del litorale, comprese però le foci dei fiumi e le infrastrutture, come i porti. Altrove, si aggira intorno al 20-25 per cento. Ma in genere la competenza viene delegata ai Comuni e ognuno si regola come crede. Qui manca il Piano paesaggistico regionale, lì non esistono norme né programmi specifici per la tutela delle coste. In questo bailamme, c’è perfino chi propone in Parlamento di estendere le concessioni demaniali da 20 anni a 50, con il rischio di favorire così la trasformazione di strutture stagionali in impianti fissi o addirittura in edifici, stimolando un’ulteriore cementificazione del litorale. Eppure, dal 2006 una direttiva comunitaria sulla circolazione dei servizi – che prende nome dal politico ed economista olandese Frederik Bolkestein  –  impone la modifica di questi contratti con lo Stato, in base alle regole della concorrenza. Evidentemente, una spiaggia assegnata in concessione a un privato per mezzo secolo non sarà mai più pubblica né tanto meno libera.

Sul fronte economico permane la forte sperequazione nella richiesta dei canoni concessori, con situazioni paradossali che fanno registrare il pagamento di canoni demaniali bassissimi (talvolta meno di 2 euro a mq. all’anno) per concessioni spesso molto remunerative. In questa situazione di “Canoni bassi e guadagni miliardari” nel 2016 lo Stato ha incassato poco più di 103 milioni di euro dalle concessioni a fronte di un giro di affari stimato da Nomisma in circa 15 miliardi di euro annui.

“Quando si parla di spiagge e concessioni – commenta Mariateresa Imparato, presidente Legambiente Campania – si dovrebbe cominciare a ragionare su come valorizzare queste straordinarie potenzialità e come affrontare i problemi trovando soluzioni innovative, come fanno già molti Paesi europei dove si è scelto di premiare le imprese locali che scommettono sulla qualità e al contempo assicurare che una parte maggioritaria delle spiagge sia garantita per la libera fruizione. In Francia, ad esempio, la durata delle concessioni per i lidi non supera i 12 anni e l’80% del litorale deve rimanere libero”.

In particolare, Legambiente torna a sottolineare l’importanza di avviare un dialogo sinergico al fine di approvare una legge nazionale, come fatto in altri Paesi, che dia risposta alle tre sfide che abbiamo di fronte:  quella di garantire il diritto alla libera e gratuita fruizione delle spiagge; di premiare la qualità dell’offerta nelle spiagge in concessione e di prevedere dei canoni adeguati con risorse da utilizzare per la riqualificazione del patrimonio naturale costiero.

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